Oggi, lunedì 26 novembre, mi sento democratico. Ancora più partito democratico. Ho capito che la dialettica ci fa bene e i sondaggi, quelli che facevano impazzire il Cavaliere, ci tirano su. E pure parlare linguaggi diversi e avere paradisi fiscali diversi.

A me è piaciuto Matteo Renzi: chi l’ha detto che il centrosinistra non possa diventare centrosinistradestra? Vincere, e vinceremo. Renzi è un politico convinto, poi che sia convincente è discorso complesso. Aiuta la sinistra, Matteo, la fa un po’ centro e un po’ destra, un po’ Obama e un po’ Brizzi, un po’ “yes we can” e un po’ “notte prima degli esami”.

A me è piaciuto Pier Luigi Bersani, l’ho visto un po’ affaticato in televisione, in quel faccia a faccia con i lustrini e il cronometro: oh, siam mica qua a spolverare il mocio vileda? Bersani non è goffo: è che quando sta per tagliare il traguardo, si emoziona. Però lo vede, il traguardo. E s’incammina con passo dinoccolato.

A me è piaciuto Nichi Vendola: ascolti Bersani asciutto come Raymond Carver e Renzi vagheggiante come Tommaso Moro e poi Nichi, che è Nichi, ti spiega il lavoro e l’uguaglianza con la stessa dolcezza di una zia che ti confida la ricetta per il ciambellone: lunga, elaborata, apocalittica.

A me è piaciuto Bruno Tabacci, proprio perché non aveva motivi per piacere a un elettore di sinistra. Lui non è nemmeno il centro: è il trattino che unisce i due universi, centro-sinistra.

A me è piaciuta Laura Puppato: non è che il Nord d’Italia sforna soltanto democristiani prima e leghisti poi. Donna di polso, non di ferro.

Oggi lunedì 26 novembre, evviva. Il primo turno l’abbiamo sfangato. La televisione ci racconta che milioni di cittadini hanno versato due euro, firmato manifesti, studiato e assorbite regole, e sono riusciti a votare. Caspita. Questa sì che è democrazia. E ora avanti con Crosetto, Meloni, Samorì, Sgarbi, Santanché e Alfano per il centrodestra.

Oggi lunedì 2 maggio, al Quirinale c’è la cerimonia per il secondo mandato a Mario Monti. La democrazia torna in quarantena. Ma siate fieri: abbiamo votato almeno due volte.