Non chiedetemi se sta con Renzi o con Bersani o con Puppato. Non ve lo dirò nemmeno sotto tortura. Vi basti sapere che sta “con la gente del quartiere” e i suoi bisogni. Si chiama Samuele, ma lo chiamano tutti col cognome, Menasce, senza nemmeno l’articolo davanti, che a Milano invece si usa molto. Se volete fare un tuffo nella bellezza dei partiti di una volta seguitelo per un paio di giorni e capirete perché avevano quella forza.

L’età, intanto. Classe 1939.  Nato a Suez, dove il padre, italiano di Rodi e con origini ebraiche, teneva un emporio per le navi di passaggio. Di quei tempi ricorda la visita al papà prigioniero degli inglesi durante la guerra. “Ricordo un soldato tutto scuro di pelle con un gran turbante in testa, era un indiano arruolato con le truppe inglesi. Ne restai affascinato”. Poi a metà anni Cinquanta l’arrivo a Milano. E una storia sotto il segno zodiacale della sinistra. Un viaggio a Helsinki dei giovani socialisti e comunisti, era il ’59. “Allora eravamo tutti insieme. C’era Carlo Tognoli, c’era Rosilde Craxi. Non ero ancora iscritto al partito, presi la tessera dopo quel viaggio, nel ’60”.

Iniziò a lavorare nei luoghi più classici del riformismo milanese. Assistente nella scuola sperimentale di Aldo Visalberghi, il grande pedagogista, dove si stava anticipando la riforma della scuola media unificata. Poi segretario ai servizi scolastici dell’Umanitaria, tempio della cultura per il popolo. Quindi alla Regione, che aveva preso in carico la formazione professionale. Fino alla lettera di encomio di Formigoni al momento della pensione.

E intanto una vita nel partito.“Militante semplice. Mai avuto incarichi, e nemmeno ne ho chiesti. Solo una volta ho fatto il consigliere comunale ad Appiano Gentile, perché mio suocero aveva una casa lì e me lo chiesero i compagni. Certo, sono stato nei direttivi di sezione. Ho fatto il delegato sindacale. E ho fatto pure il presidente del consiglio scolastico all’Itsos, allora ci studiava Majorino. Mezzo secolo di militanza di base”. Che ora continua al circolo di via Bellezza, dove una volta c’era la sezione Alliotta, una delle più a sinistra del partito. A cento metri c’era l’Om, grande fabbrica metalmeccanica, migliaia di operai allora ai bordi della città, il riferimento di classe della sezione. “Ho fatto un dvd su quella storia. E sai perché? Perché un compagno aveva il nipote iscritto al Politecnico e allora un giorno gli ha detto con orgoglio ‘viene a vedere dove lavoravo io’. Così lo ha portato dove c’era l’Om. I vecchi capannoni di via Castelbarco erano stati demoliti, c’erano solo macerie. Quando ha visto quelle rovine è stato male per il dispiacere, il nipote l’ha dovuto portare al bar per farlo riprendere”.

“Frammenti di storia operaia” sta scritto sul dvd, girato da Menasce e montato con l’aiuto dei creativi dell’Itsos. “E’ la nostra storia. È cambiato tanto, sai, per fortuna l’amalgama nel Pd è riuscito. Solo un decimo dei tesserati del circolo viene dal vecchio Pci. Certo, mi chiedo perché non arriviamo a cento iscritti su ottomila elettori che abbiamo in zona. Sono strane queste iscrizioni. Vuoi saperlo? Poco tempo fa sono arrivati due giovani. E noi tutti contenti a dirci: ecco due giovani. Be’, volevano essere candidati subito. Siccome non l’hanno ottenuto se ne sono andati. Io però dico che abbiamo lo stesso il dovere di appassionarli ai buoni principi, questi ragazzi. Occorre dare l’esempio, bisogna fare i turni nelle istituzioni, non è che ti piazzi lì a vita, a un certo punto te ne devi tornare al tuo lavoro, se ce l’hai”.

È la cosa che lo inquieta di più, questo partito con tanti sederi incollati alle poltrone, “che non girano per mercati o per bar, e non sanno che cosa pensano i cittadini”. Parla, Menasce, e torna con insistenza perfino eretica la parola “servizio”. “Che cosa mi piace della politica? Rendere un servizio alle persone, rappresentarne i problemi a quelli che stanno più in alto e possono decidere”. L’uomo venuto da Suez ha fede inossidabile.

Se c’è una festa di quartiere lo beccate lì con i volantini o le bandiere, che parla con le persone, con fare modesto ed educato. Se c’è un banchetto al mercato trovate sempre lui che ferma con cortesia le signore. Che lo ascoltano perché al mattino, da anni, lo vedono fare il volontario davanti alla scuola elementare di via Giulio Romano nell’ora in cui entrano i bambini. Perché se c’è da mettersi a disposizione per una buona causa lui c’è, anche se il partito non c’entra niente. “Che faccio in privato? Il nonno faccio, ho i due bambini di Ilaria, Thomas e Olivia. Leggere libri no, solo in vacanza. Grossman e letture di economia”. 

Ora Menasce si prepara alle primarie. Nel senso che ha già detto alla signora Ava, la moglie bocconiana, che un gruzzolo di giorni a tempo pieno lo darà al partito per il lavoro organizzativo. Volete ancora sapere se voterà Renzi o Bersani? Questi sono affari suoi. Il problema è chi di loro merita di avere Menasce, e quelli come lui, nel suo partito. 

Il Fatto Quotidiano, 18 Novembre 2011