gaza-bombardamentiLa comunità internazionale non può restare indifferente di fronte al dispiegamento della forza brutale contro un popolo indifeso. E’ in questione, come aveva intuito Vittorio Arrigoni, che sacrificò la sua esistenza a questo principio, la possibilità stessa di restare umani, in un mondo nel quale le violenze missilistiche e i loro effetti sulla popolazione civile vengono mostrati su scala planetaria dai media. 

Stupisce la spregiudicata idiozia dei vertici politici e militari israeliani. Era evidente che con la decisione di  liquidare a freddo il capo militare di Hamas Ahmed Jabari e gli attacchi indiscriminati che sono seguiti, si sarebbero raggiunti effetti estremamente pregiudizievoli per quella che dovrebbe essere la politica di Israele, se tale Stato fosse governato da una classe politica degna di questo nome e non dall’attuale cricca di estremisti di destracapeggiati da Netanyahu. Un’esecuzione extragiudiziale quella di Jabari, vietata già in quanto tale dal diritto internazionale, compiuta a freddo e senza motivo apparente, se non quello di punire chi si era reso responsabile molto tempo fa del sequestro del caporale Shalit, nel frattempo liberato in seguito a negoziato e scambio di prigionieri.

A questo si sommano oggi attacchi indiscriminati condotti con armi di sterminio di massa e che stanno determinando già molte vittime, fra cui molti bambini. Il diritto internazionale vieta categoricamente gli attacchi indiscriminati che fanno vittime civili. Ciò vale ovviamente per tutti, ma la capacità omicida di Israele è sproporzionatamente superiore a quella di Hamas e di chiunque altro nella zona. Con l’ultimatum e la richiesta di resa incondizionata ad Hamas Israele prepara ora un vero e proprio genocidio.

Ma non è massacrando gli innocenti che Israele farà avanzare la sua causa. Vediamo di enumerare i peggiori tra gli effetti della sconsiderata azione israeliana, dal punto di vista degli interessi strategici  di Israele stessa. Primo si rafforza e si legittima la leadership di Hamas, a scapito di quella di Fatah basata in Cisgiordania, molto più disponibile al negoziato. Secondo si rafforza lo schieramento dei Paesi arabi, dall’Egitto al Qatar, allo stesso Iraq tuttora in parte occupato, e non (Turchia, Russia, Cina, Paesi latinoamericani), che esprime in modo netto e giustificato la sua solidarietà nei confronti del popolo di Gaza. Terzo, in tutto il mondo, la società civile, che è mediamente molto meglio dei governi, si organizza per rilanciare la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni  nei confronti di Israele: una campagna dal basso che potrebbe raggiungere obiettivi non inferiori a quella delle sanzioni ex art. 41 del Capo VII della Carta delle Nazioni Unite, attualmente bloccate, come ogni presa di posizione efficace e sensata sul tema, dal veto degli Stati Uniti. Per non parlare dell’Europa, larva decerebrata incapace di articolare una propria iniziativa politica autonoma quale che essa sia. O del nostro Paese, il cui governo “tecnico” è oggi complice di questo governo israeliano, che appoggia incondizionatamente in sede politica e con strumenti militari.

Si allunga la lista dei crimini compiuti da Israele. Crimini dei quali prima o poi la sua leadership sarà chiamata a rispondere, con tutti i suoi complici,  in sede internazionale in conformità ai principi del diritto internazionale stabiliti a partire dal processo di Norimberga

Su Hamas parole chiare. Può non piacere per questo o quell’aspetto della sua politica. Ma costituisce la rappresentanza politica liberamente eletta di una parte del popolo palestinese. Ed è quindi con essa che vanno condotti negoziati e vanno conclusi accordi di pace. Questa non è evidentemente la volontà di Israele, se è vero che il capo militare di Hamas, prima di essere “liquidato” insieme al figlio da un missile, si apprestava a chiedere e negoziare un cessate il fuoco.

La leadership  israeliana vuole dunque, al di là delle smentite di circostanza di Peres, comunque minoritario in seno al governo, la guerra. Con quale prospettiva? Innanzitutto quella di vincere le prossime elezioni politiche. Ci mancherebbe solo che, per effetto della crisi economica e della corruzione della casta, problemi vivi anche da quelle parti, emergesse una sorta di Beppe Grillo israeliano, ipotesi non del tutto peregrina, se pensiamo al grande successo delle manifestazioni degli occupy israeliani non più tardi di un annetto fa.

Poi, quella di condizionare Obama, contro il quale tale leadership ha tentato di tutto, pur di far prevalere il suo candidato, che era Romney. Sconfitto, il quale, si riprende il gioco al massacro (è proprio il caso di dirlo) e il ricatto di sempre. Con, sullo sfondo, oltre che a una sanguinosa replica di Piombo Fuso, una guerra vera e propria con l’Iran. Il governo israeliano gioca d’azzardo con le vite dei Palestinesi e con la pace mondiale. Sarebbe il caso di dirgli con forza di smettere. In ottemperanza, fra l’altro di quanto affermato qualche anno fa dalla Corte internazionale di giustizia, il massimo organo giudiziario mondiale, nel suo Parere sul muro. E della Commissione d’inchiesta su Piombo fuso, il precedente massacro israeliano a Gaza nel gennaio 2009,  istituita dalle Nazioni Unite.