E’ proprio così, comunque la si metta. Con la violenza si esprime il disagio, il dissenso, la paura, ma mai è espressione di libertà. Lo abbiamo visto ieri in immagini agghiaccianti di giovani in jeans che picchiano giovani in divisa e viceversa; lo abbiamo visto nel lancio di sassi e scudi; lo abbiamo visto negli uomini in divisa che picchiano giovani a terra disarmati e ormai immobilizzati; lo abbiamo visto, infine, in quello che non avremmo mai voluto vedere, nell’immagine di un bimbo in Spagna ferito alla testa da un colpo di manganello. Cosa c’entra con tutto ciò la libertà? Il diritto alla libertà è innanzitutto il diritto all’espressione e alla partecipazione alla vita sociale (qui Gaber viene in nostro aiuto).

Ma le vie della violenza sono davvero infinite: da quella fisica, la più comune, a quella verbale, non meno grave a mio avviso e, da qualche tempo, anche la violenza politica.

Platone raccomandava di non indurre i ragazzi ad apprendere con la violenza e la severità, ma di guidarli invece per mezzo di ciò che li diverte. E invece nella nostra società, alle prese con una crisi strutturale che colpisce soprattutto i giovani, è la violenza la cattiva maestra di una generazione che si sente perduta. Questo perché i violenti si avvalgono di pretesti capziosi facendo leva su sentimenti irrazionali e bisogni sociali latenti, tali da creare atteggiamenti ed atmosfere che possono sfociare nel fanatismo o condurre ad episodi scriteriati e violenti. Per strada, ma anche altrove, persino nei blog. Quello che ho cercato di esprimere con il mio articolo “Il diritto alla violenza” è senz’altro che essa, con tutte le sue facce, è ingiusta, dovunque si generi. Anche nel web, dove la manifestazione di un’opinione legittima e legittimamente non condivisibile ha dato luogo oltre a tanti commenti critici, ma utili a precisare meglio il mio pensiero, a pochi (fortunatamente) episodi di vera e propria violenza verbale.

Chi accusa (o offende) senza leggere tra le righe, non può poi pretendere di avere ragione. Il diritto di manifestare va difeso e tutelato, anche da chi sfrutta queste occasioni per generare violente reazioni da parte delle forze dell’ordine, innescando una spirale per l’appunto di violenza, in cui si smarriscono le motivazioni della protesta e si finisce nella solita guerra in cui pochi, ma sempre troppi, da una parte e dall’altra, danno il peggio di sé. Mi sono già scagliato a suo tempo su questo Quotidiano contro i gruppi organizzati di farabutti e criminali che si infilano tra le maglie di studenti e pacifisti veri, di lavoratori e disoccupati, sfruttandone la rabbia per provocare il conflitto. Sono “persone” che non hanno niente a che vedere con il diritto al dissenso.

Credetemi ragazzi, ieri hanno perso tutti: i manifestanti che non si sono ribellati alla presenza di questi meschini ed hanno lasciato che, di nuovo, rovinassero una giornata storica per l’affermazione delle proprie libertà contro le politiche dei governi austeri. Così come hanno perso le autorità, incapaci di arginare un fenomeno oramai consueto, di tenere saldi i nervi e sotto controllo la situazione quando stava degenerando. In molti, tra le istituzioni, dovranno rivedere qualcosa, affinché la protesta dei giovani trovi ascolto togliendo linfa alle ragioni dell’odio.