L’anteprima mondiale della nuova politica di centrosinistra, apparsa sugli schermi di Sky il 12 novembre scorso, ha rivitalizzato in senso ottimistico un dibattito pubblico fermo a discutere sull’insufficiente bon ton di manifestanti privi della necessaria pacatezza in tema di impoverimento/precarizzazione (Massimo Giannini) o sul rigore professionale di questurini poco propensi a gettare la divisa alle ortiche unendosi agli insorti nell’ipotetica guerra di liberazione e spaccando pure loro qualche vetrina (Beppe Grillo).

In effetti faceva un gran bel vedere (in rigoroso ordine alfabetico) Pierluigi Bersani, Laura Puppato, Matteo Renzi, Bruno Tabacci e Nichi Vendola spargere perle di saggezza in questa serena competizione per la leadership o la premiership o qualche altro ship su cui imbarcarsi per il porto di nonsisadove.

Sicché perfino un abituale commentatore critico quale Curzio Maltese veniva afferrato dalla “sindrome Eugenio Scalfari” tanto da licenziare la più clamorosa marchetta di una pur onorata carriera: «il vero vincitore del confronto televisivo è stato il Partito democratico che esce dalla campagna per le primarie con un’immagine nuova… moderna e perfino compatta». L’elemento di assoluta novità è stata la sezione “i nostri eroi”, in cui i “Magnifici Cinque” hanno potuto esibire un po’ di immaginette dei loro messali cattocomunisti o cattodemocristi.

Da qui l’irrefrenabile invidia della Destra, che ha rotto ogni indugio e si è predisposta a mettere in onda anche lei uno show speculare. Con particolare attenzione alla faccenda del pantheon dei propri miti. Infatti è stata subito bocciata la proposta degli stilisti Dolce&Gabbana di puntare sul glamour profondosud (l’ostricara con ascella pelosa, il trucido in coppola e canottiera) concentrandosi sull’immagine adamantina dello stalliere Vittorio Mangano. Figura oggetto di venerazione ma – al tempo stesso – giudicata nazionalpopolare e poco trendy. Molto meglio puntare su immaginari sprovincializzati stelle-e-strisce.

Difatti Daniela Santanché dichiara di prediligere Sylvester Stallone nel ruolo di Rocky quando pesta quel colossale pugile comunista di nome Ivan Drago (Dolph Lundoren), che tra l’altro ha una certa somiglianza con Nichi Vendola. Per Ignazio La Russa la scelta è a dir poco obbligata: Sylvester Stallone quando fa Rambo (e si rivela piuttosto Rimba). Invece ha sorpreso un po’ tutti l’indicazione della giovane paleofascista Giorgia Meloni: Sylvester Stallone nel film meno noto “Tango e Cash” in cui recita travestito da donna dimostrando che anche una fanciulla può sparare tremendi cazzotti a un extracomunitario. Al contrario scontato per Giancarlo Galan optare per Sylvester Stallone nel suo coté mammista di “Fermati o mamma spara” e per Angelino Alfano prediligere l’intera filmografia di Sylvester Stallone, in cui risalta lo sguardo eroicamente fisso di uno che si ritrova superstar senza nemmeno aver capito cos’è successo (idem con Alfano leader Pdl). Intanto, per guadagnare tempo, il sindaco di Roma Gianni Alemanno approfitta del festival cinematografico per farsi fotografare a braccetto con Sylvester Stallone, eroico in tenuta da spiaggia (scarpa bianca d’ordinanza compresa) mentre imperversano sulla capitale bufere di pioggia autunnale.

L’unico, in una tale sintonia di opinioni, a tradire qualche perplessità è proprio Silvio Berlusconi: forse perché sua figlia Marina è un travestimento di Sylvester Stallone.

A questo punto sarà interessante capire l’esito dello scontro tra i chierichetti papisti del centrosinistra e i moderati americanisti del centrodestra, Forse finirà come a “Vieni via con me” di Fazio e Saviano. Ricordate? Gianfranco Fini e Bersani sciorinavano le rispettive filastrocche “perché sono di destra”, “perché sono di sinistra”. E saltò fuori che erano perfettamente interscambiabili. Nella loro insignificanza. Come gli immaginari di questa politica ridotta in cenere.