Aggressive, volgari, sfrontate e più che altro disposte a tutto. Sono le donne dei boss che in assenza  dei loro mariti, padri, figli, fratelli e fidanzati oltre a gestire direttamente le attività di camorra  adesso provvedono anche all’organizzazione militare del clan.

C’è un salto di qualità: se la tradizione di malavita imponeva alle ‘femmine’ di stare a casa e ‘governare’ il focolare di famiglia – con qualche eccezione – adesso la donna di camorra, si è emancipata. Sono ciniche, violente e spietate: riescono ad incutere rispetto negli affiliati ed imporre ordini perentori. Controllano tutti i traffici illeciti: dalle estorsioni allo spaccio della droga fino a decidere le spedizioni punitive e gli agguati. Sono ‘madrine’ con la gonna e la pistola.

A svelare l’ennesimo scenario da schifo è stata una recente inchiesta della procura di Torre Annunziata che ha assicurando alle patrie galere ben dodici madrine tutte operanti sul territorio di Torre del Greco, comune alle porte di Napoli. Le vedi vestite con tute, cappellini da baseball, piumini boxeur dai sgargianti colori e le immancabili scarpe da ginnastica laccate d’oro e d’argento. Ma poi dove cazzo le comprano queste calzature così orrende? Boh! Le acconciature lasciano alquanto perplessi: capelli biondo scambiato oppure rosso ruggine con mollettone d’ordinanza, nasi e labbra rifatti, tette un po’ gonfiate, mascelle mascoline, zigomi aggressivi e in bocca l’immancabile ciuingam con abbuffata compulsiva di palloncini a raffica. Quando ammanettate sfilano davanti ai flash e alle telecamere nell’incrociare il cronista di turno, rallentano il passo e quasi  si fermano. Lo sguardo ti trapassa. Quegli occhi iniettati di sangue e odio, li senti addosso, sulla pelle, nell’anima.

Sono gli ultimi attimi di libertà da ‘Regine della malavita’. E nella loro ‘regalità’ cominciano a sputare, bestemmiare tutti i morti dalla settima generazione in poi, alzare in segno di saluto e con educazione british il dito medio e promettere solennemente : “Ti faccio tagliare a’ capa”. Benvenuti  al Sud. Italia. Europa. Anno 2012. Queste malefemmene appresso ai loro uomini hanno imparato il ‘mestiere’ mettendosi in proprio. Nel clan – emerge dalle indagini – c’era anche la donna armiere che custodiva le pistole, provvedeva a spostarle da un luogo all’altro oppure trattava con il ricettatore sul prezzo della compravendita. E c’erano anche ‘signore del fu gentil sesso’ che all’occorrenza minacciavano di morte i congiunti dei collaboratori di giustizia. Insomma uomini della cosca sostituiti egregiamente in tutto e per tutto causa detenzione da mogli, fidanzate, amanti, sorelle, mamme, zie. E’ la fotografia rosa della camorra Vesuviana. Tutte con un capo d’imputazione: “Quote rosa della camorra”.

A Torre del Greco c’è un’alleanza tra i clan Falanga e Di Gioia, al comando il boss Gaetano Di Gioia in sostituzione del capocosca Domenico Falanga che è in carcere. Ma Di Gioia non piace agli affiliati, viene ammazzato e sostituito da una oligarchia di dieci ‘amazzoni’ che a turno con nonchalance andavano a minacciare i commercianti che non volevano pagare il pizzo oppure discutere di una buona uscita per liquidare un capo di un clan alleato. Una di queste ‘femme fatale’ rivolta alla moglie di un pentito dice: “Senti devi dire che ritratta tutto quanto e siamo più amici di prima. Nessuno si fa male. Altrimenti gli rompo il culo cominciando dalla moglie”.

Come è  potuta avvenire  – negli ambienti di camorra – questa mutazione genetica delle donne del clan? Queste vaiasse di camorra hanno occhi di ghiaccio, atteggiamenti mascolini, lardose e regolano direttamente i conti.

Un’altra storia emblematica è quella  di Raffaella D’Alterio, conosciuta come “a’ miciona”, a dispetto del suo nome in affari era tutt’altro che tenera. Dopo la morte del marito e boss Nicola Pianese, prende in mano il comando della cosca Lei, 50 anni, decisa e carismatica con al fianco la convivente Fortuna Iovinelli, detta “a’ masculona” ha guidato una sanguinosa guerra di camorra contro una cosca avversa.
Senza parole. Senza speranze. Senza futuro. La domanda è sempre ossessivamente la stessa: Come se ne esce da questo schifo?