La passione di Marco Müller, neodirettore del Festival del Cinema di Roma, per la cinematografia asiatica non è certo un mistero. Per anni e anni, il Festival di Venezia da lui curato è stato trampolino di lancio per molte pellicole cinesi, giapponesi, coreane, vietnamite, parecchie delle quali erano vere e proprie perle (basti pensare a Ferro3 di Kim Ki-duk o a Lussuria di Ang Lee).

Nessuna sorpresa, quindi, quando qualche giorno fa, dopo il cinese 1942, è stato annunciato che il secondo film a sorpresa in concorso nella settima edizione del Festival di Roma sarebbe stato il cinese Drug War (Duzhan). A firmarlo è Johnnie To, cineasta amatissimo da Tarantino e da sempre indicato come maestro del noir e del poliziesco, che confeziona un’opera in pieno stile gangster, incentrato sulla lotta della polizia cinese al narcotraffico. Ma ancora una volta, la pellicola non convince, così come non ci era riuscito pienamente Miike a inizio concorso, e manca totalmente degli slanci estetici dei suoi lavori precedenti.

Un film complesso per To, nato e cresciuto a Hong Kong, che per la prima volta si è trovato a girare nella Cina continentale. “È stata un’esperienza  nuova per me, sia produttivamente che poeticamente. Non mi ero mai trovato, prima d’ora, a fare i conti con la censura. Molti si sono chiesti come siamo riusciti ad ottenere il permesso di girare questo film, e credo sia dovuto all’approccio che abbiamo seguito: la storia è tutta improntata ad un estremo realismo, senza il peso del giudizio. Volevo mostrare quanto fosse duro il lavoro svolto dai poliziotti cinesi che tentano di arginare il problema della droga, problema che è in rapida crescita in tutto il mondo.” Le altre differenze tra la sua esperienza a Hong Kong e quest’ultima avventura cinese risiedono invece in problemi pratici: “In Cina, le armi finte sono assolutamente poco credibili… un bel problema per un film pieno di sparatorie”. To sottolinea anche la diversa gravità che il traffico di stupefacenti ha nella Repubblica Cinese: “Non è la prima volta che parlo di droga nei miei film, ma in quest’ultimo lavoro volevo accentuare la totale assenza di coscienza di chi è coinvolto in questo mercato. E poi, mentre ad Hong Kong la pena per i trafficanti è la detenzione, in Cina c’è la pena di morte. Questo cambia completamente il punto di vista sulla questione.”

La testimonianza degli attori conferma quanto detto da To. Spiega Wallace Chung: “Se abbiamo dato vita a delle performance credibili, è grazie all’estrema cura che è stata dedicata per la realizzazione di scene fortemente realistiche. Ci sentivamo calati nella realtà, le sparatorie erano incredibilmente verosimili e questo ha aiutato tutti noi attori a recitare in maniera più naturale possibile”. Paradossale scoprire, in questo meccanismo così ben congegnato, come in realtà l’approccio di To alla sceneggiatura sia stato molto libero. “Lo script dei miei film non esiste finché il prodotto non è finito, spesso mi reco sul set senza avere nemmeno in mente cosa farò dire agli attori. Non so, forse è per pigrizia o forse è per una sconfinata fiducia nel potere dell’improvvisazione!”

E a chi lo innalza a maestro del genere noir, To risponde umilmente: “Io non ho fatto una scuola di cinema, ma da bambino ho divorato film su film, di cui molti di genere noir. Questo ha influito sicuramente quando ho iniziato a girare, ma non mi considero minimamente degno di essere considerato un regista noir, è un genere troppo importante che fa parte della cultura cinematografica praticamente di tutti i paesi del mondo”.