Pirellone o morte. Per la Lega è tempo di scelte definitive. Che, però, stanno spaccando il partito. La candidatura di Maroni in Lombardia ha fatto capire con chiarezza quale sia il vero obiettivo politico del Carroccio; conquistare la Regione e in questo modo costruire, seppur virtualmente, la vera macroregione europea attraverso la costituzione dell’asse di controllo politico con Piemonte, Veneto e anche Friuli Venezia Giulia. Ecco perché, d’ora in poi, tutti gli sforzi dei maroniani saranno puntati al coronamento di questo “sogno” a cui manca, appunto, solo un tassello, quello della poltrona che fu del “celeste” Formigoni. Solo che l’obiettivo non convince tutti. Soprattutto lascia perplessi il fatto che per ottenerlo si debba tornare indietro sulla scelta di rompere l’alleanza con il Pdl. Senza il quale, tuttavia, la conquista del Pirellone appare impossibile.

Maroni, dunque, potrebbe essere costretto a tornare indietro rispetto a quei proclami del “mai più con Berlusconi”, portato avanti a colpi di ramazza e serviti anche ad allontanare la parte bossiana del partito che con il Pdl aveva costruito 18 anni di regno. Ed è questa parte della Lega che, in questo momento, è in forte fibrillazione. I bossiani, che non si sentono affatto sconfitti, hanno tutte le intenzioni di mostrare apertamente il proprio dissenso dalla linea del segretario.  Soprattutto nei lidi dei Palazzi romani. Dove Maroni sta meditando di portare via dagli scanni parlamentari deputati e senatori per farli concentrare sulla campagna elettorale lombarda (senza, per altro, farli dimettere, quindi continuando a fargli prendere lo stipendio da parlamentare) e questa ipotesi proprio non piace ad un nutrito drappello di “onorevoli” leghisti della vecchia guardia e ancora potenti sul territorio. Il drappello sta costruendo una fronda interna insospettabilmente numerosa con idee, però, ancora non del tutto chiare. Alcuni minacciano di seguire Angelo Alessandri, presidente della commissione Ambiente della Camera (che si è dimesso dal gruppo del Carroccio in netto dissenso dal nuovo corso maroniano), altri puntano a costruire una corrente interna per esercitare «pressione politica». La scissione pare alle porte. «Diciamolo subito — ammette Paola Goisis, qualche legislatura alle spalle sotto le insegne del Sole delle Alpi, come riporta il Quotidiano Nazionale — che per noi sarà dirimente vedere cosa sceglierà di fare Maroni nella corsa alla Regione Lombardia; dopo aver gettato a colpi di ramazza tutta la nostra storia giurando che mai più saremmo stati alleati del Pdl, adesso l’idea che possa riallearsi con Berlusconi per la Regione ci può allontanare definitivamente».

La parola «allontanare» non è usata a caso. Perché, come si diceva, le sensibilità sono diverse. L’idea di creare una corrente interna alla Lega (il cui nome potrebbe essere “Fratelli sul libero suol”) in verità, non è recente. In estate, Carolina Lussana, volto televisivo molto noto del Carroccio, organizzò una cena con alcuni dissidenti (invitati al tavolo, Corrado Callegari, Fabio Meroni, Massimo Bitonci, Giacomo Chiappori e Paola Goisis) proprio con l’idea di creare una corrente interna alla Lega. Per il Senato, il gruppo voleva contare sull’appoggio del senatore Giovanni Torri, ex autista fedelissimo di Maroni, ultimamente polemico su alcune scelte. Poi però non se ne fece niente; c’era ancora da celebrare il congresso, valeva la pena di capire come sarebbe andata a finire. Nei mesi, tuttavia, la linea maroniana di pensare “solo al proprio tornaconto personale, dunque a fare il governatore lombardo, piuttosto che al bene della Lega” – è la voce di una dissidente della prima ora – non solo non è cambiata. «E’ peggiorata — sostiene stavolta Giacomo Chiappori — ma io lo dico in faccia a Maroni, così come penso che Alessandri abbia sbagliato ad andarsene; si combatte da dentro.

Maroni in Lombardia è obbligato a vincere, ma il nostro timore è che finisca come a Verona. Dove ha vinto Tosi, ma nei posti che contano non c’è neppure un leghista vero». «Certo — aggiunge Fabio Meroni, il più tiepido nella contestazione al segretario — se davvero farà l’alleanza con il Pdl per vincere in Lombardia, poi più che a noi dovrà spiegarlo a tutti quei sindaci che hanno perso la poltrona perché ci ha mandato alle elezioni da soli». E’ una crepa, dunque, che si allarga ogni giorno di più. «Simpatizzano», seppure a distanza di sicurezza, anche Marco Desiderati e Marco Reguzzoni, anche se quest’ultimo si muove alla luce del sole: «Vogliamo un chiarimento — ha intimato a Maroni — l’apertura non è al Pdl, ma alle forze vive della società; Maroni e Salvini stessi hanno più volte dichiarato che non è possibile alcuna intesa con il Pdl; come si fa a pensare di fare un’alleanza con quelli che abbiamo appena mandato a casa?». Scissione alle porte, allora? Un maroniano di ferro, davanti a questi annunci, sogghigna sotto i baffi: «E’ tutta gente, questa qui, che Maroni considera delle nullità; se se ne vanno in blocco, ci fanno solo che un gran favore…». Può darsi che sia davvero così, ma di certo ora Maroni ha bisogno di tutto, tranne che di una scissione interna, proprio mentre la possibile, rinnovata alleanza con la Lega provoca uno smottamento anche nel Pdl, con il candidato Albertini che è andato giù duro: “Se Berlusconi appoggerà Maroni, io restituirò la tessera del Pdl”. 

Dunque, la guerra – a destra –  è appena iniziata, mentre gli errori “tattici” del segretario leghista si affastellano. Come quello accorso in Senato sul ddl per cambiare la legge sulla diffamazione a mezzo stampa e salvare dal carcere il soldato Alessandro Sallusti, direttore del Giornale. E’ stato per colpa di un emendamento della Lega, vergato materialmente dall’ex ministro della Giustizia, Roberto Castelli, fatto firmare al senatore Mazzatorta e quindi avvallato dal capogruppo Bricolo, se la Lega è finita di nuovo sulla graticola mediatica come partito forcaiolo e vendicativo verso i giornalisti che hanno fatto emergere il caso Belsito e, quindi, fatto crollare il Carroccio. Di quello che stava accandendo al Senato, Maroni pare non ne sapesse nulla, sostengono alcuni dei suoi. Ma una volta combinato il “pasticcio”, il segretario ha prima tentato (senza grossa credibilità) di parlare di “provocazione” portava avanti dalla Lega, quindi – in una intervista concessa al Giornale – ha ammesso che si è trattato di un errore e che, in qualche modo, si cercherà di rimediare quando il ddl tornerà, martedì prossimo, in aula a Palazzo Madama. L’incidente ha tuttavia messo ulteriormente in evidenza come Maroni non controlli in alcun modo i suoi parlamentari, dando dimostrazione della sua fragilità di leader. L’assalto al Pirellone, in queste condizioni, potrebbe quindi rivelarsi esiziale per la Lega. Se mancasse la conquista della ex poltrona di Formigoni, il Carroccio ne uscirebbe a pezzi. Soprattutto, ne uscirebbe a pezzi Maroni. Che non potrebbe far altro che lasciare anche la segreteria di via Bellerio. E c’è qualcuno, nella fronda leghista, che sta lavorando anche per questo obiettivo. Con grande convinzione.