Giovanni Favia e Andrea Defranceschi ottengono una “mezza” fiducia a Ferrara e vengono bocciati da Comacchio. Per i consiglieri si attendeva la prova semestrale più difficile. I due eletti dei 5 Stelle in Emilia-Romagna cercavano la riconferma a Ferrara, terra natale della polemica per la trasparenza nel Movimento di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. E in platea – un centinaio di votanti – sedeva infatti Valentino Tavolazzi, il primo epurato via internet, seguito da chi aveva ardito difenderlo, il M5S di Cento.

Le previste scintille dovevano arrivare tra Progetto per Ferrara, la lista espulsa capeggiata appunto da Tavolazzi, il mancato city manager di Pizzarotti, e i grilli estensi, quelli che da non statuto sarebbero gli unici depositari del marchio del guru genovese. E così è stato al momento delle urne: i grilli estensi hanno rimarcato la distanza che in questo momento separa il binomio Favia-Tavolazzi dal Movimento.

Ma altri dardi infuocati sono arrivati anche da Comacchio, uno dei quattro comuni amministrati dai 5 Stelle in Italia, l’unico nel ferrarese con un sindaco grillino, Marco Fabbri. “Venite ogni tanto ad assaggiare la nostra anguilla” è stata la battuta introduttiva del primo cittadino lagunare, che lamenta la scarsa presenza in loco dei propri rappresentanti regionali: “dopo le elezioni non vi abbiamo più visti”.

E mentre nella sala di casa Cini, in centro a Ferrara, terminata la relazione di Favia, il dibattito ha incominciato ad accendersi, è intervenuto Tommaso Mantovani, consigliere di circoscrizione uscito dalla lista di Tavolazzi per aderire ai grilli estensi, il meet up locale ancora nelle grazie del comico genovese: niente stampa please. Tra microfoni, telecamere e taccuini il figliol prodigo del Beppe nazionale lamenta che “non posso litigare con te, Favia”, accusando il consigliere regionale di aver dato “un taglio troppo mediatico alla tua posizione”: “non pensi così di danneggiare il Movimento?”. Favia incassa e ammette che a Ferrara qualche problema, magari “personale”, esiste.

Intanto la stampa viene gentilmente accompagnata alla porta. Anche un po’ più in là, perché c’è il sospetto che qualcuno origli al di là della serratura. “Non prendetemi per il c.”, protesta infatti Mantovani: “sono ancora lì” (al termine dell’assemblea Mantovani chiarirà che la sua protesta era rivolta “non alla stampa ma a chi cerca a tutti i costi una esposizione mediatica”).

Allontanati orecchie e obiettivi indiscreti tocca a Comacchio far sentire la propria voce. “Il nostro compito a Comacchio è amministrare, non stare all’opposizione – tuona l’assessore Sergio Provasi -; ci stiamo prendendo delle responsabilità”. Evidentemente in solitudine, vista la successiva domanda: “diteci se ci tenete a chi ha preso il 70% dei voti (al ballottaggio, ndr) a Comacchio oppure no? Se non venite a trovarci verremo noi a Bologna. Noi non abbiamo rispetto per nessuno, nemmeno per noi stessi e saremo spietati con noi stessi e con gli altri”.

Detto fatto e al momento della compilazione delle schede di voto dal paese del basso ferrarese arriva il “no”. “Ma per ora non è una bocciatura – concede il giorno seguente Provasi -; diciamo che li abbiamo rimandati a settembre”. La votazione finale vedrà comunque Favia e Defranceschi incassare una buona maggioranza di voti a favore. Non sufficienti evidentemente a far dimenticare i tanti malumori assaporati nella semestrale ferrarese. A fare il pompiere ci prova allora Tavolazzi che sembra cadere dalle nuvole quando gli si chiede della tensione della sera prima: “c’è stata una normale discussione, aperta al confronto”. Non tanto normale e nemmeno tanto aperta, visto che la stampa ha dovuto girare i tacchi e guadagnare l’uscita. “Televisioni e giornali erano invitati, ma la sala era davvero stracolma di telecamere e giornalisti, tanto da disturbare gli interventi dell’assemblea”. Sarà, ma nemmeno dal gruppo regionale si percepisce troppa soddisfazione se si chiede del voto finale: “i numeri – spiegano al telefono – verranno divulgati solo alla fine del tour semestrale nelle province”. Ma l’unanimità delle precedenti assemblee non c’è stata. “Mancherebbe altro, sarebbe un voto bulgaro. Diciamo che l’esito è stato positivo”. Eppure a Piacenza – dove si è votato la settimana scorsa – si è gridato subito al plebiscito con tanto di numeri: 78 voti a favore e 3 contrari…

E invece i voti contrari si sanno già, visto che è lo stesso Favia ad ammettere il giorno successivo alla riunione come “non potevamo immaginare un plebiscito, ma credo che 18 voti contrari su un centinaio in una città come Ferrara era da immaginare”. Il consigliere, già finito dopo il famoso fuorionda su La7 nella lista nera di Grillo (ma probabilmente c’era già prima), cerca di minimizzare il significato dei no incassati da chi, probabilmente, lo vede più vicino a Tavolazzi che al leader del Movimento: “con i comacchiesi e con i grilli estensi ho parlato al termine della riunione e tutti mi hanno manifestato apprezzamento per il nostro lavoro. Che abbiano votato contro lo scopro dal ‘Fatto’”. Ecco allora la mano tesa: “ai primi, che ci chiedono più presenza sul territorio, ho detto che basta che ci chiamino e risponderemo con solerzia; ai secondi, che fanno già parte della nostra rete, che li sosterremo ogni volta che abbiano battaglie da proporci”. Insomma, nonostante la polemica, per Favia il bicchiere rimane mezzo pieno: “per me non è stata una mezza vittoria alla luce di tutto quello che è passato per Ferrara”.