(Padellaro) In genere i politici – anche del centrosinistra – alle nostre domande preferiscono le loro risposte. Proviamo a evitare gli slalom: solo 2 candidati hanno chance di vittoria senza nulla togliere al confronto, Bersani e Renzi. Lei con chi sta?
Rispetto alle cose che ho sentito ieri (lunedì) dico Bersani. Credo che tesi come quelle di Renzi su un governo formato solo di 10 ministri siano irriguardose per l’intelligenza di chi ascolta. Renzi ha dieci assessori al Comune di Firenze, ma già aver messo insieme il ministero dello Sviluppo economico e delle Infrastrutture ha determinato problemi nella gestione concreta, credo che con meno di 18 ministri non si possa avere un rapporto efficace con il Parlamento.

(Padellaro) Ipotizziamo due scenari: Bersani vince le elezioni e diventa premier. Oppure il risultato elettorale impone il Monti Bis. Qual è il più utile al Paese?
Il primo atto nuovo Parlamento sarà la nuova elezione Capo dello Stato. E mi auguro che si voti Monti. Molte cose tornerebbero a posto: il Professore assumerebbe quella veste di garante internazionale come fece Napolitano dal vertice di Cannes fino all’uscita di Berlusconi.

(Padellaro) Il generale spread mette meno paura? Ad aprile saremo fuori dall’emergenza?
Passare da 575 a 350 significa 2 punti di Pil in meno nel costo del debito. E non è cosa di poco conto. Ora si parla di patrimoniale: ma non è giusto che la si paghi sulla base di quanto dichiarato al fisco, visto che il 30% dell’economia è in nero. Serve prima una fotografia precisa della ricchezza, per esempio con l’Isee a livello locale e superando l’Irpef a livello nazionale. Coloro che detengono patrimoni importanti dovrebbero essere chiamati a sottoscrivere debito pubblico italiano al tasso di interesse dei bund tedeschi. È un investimento sul Paese: debito decennale al tasso tedesco e lo spread è azzerato.

(Feltri) Tabacci è alle primarie in quota dell’Api di Francesco Rutelli?
È un po’ riduttivo. Ho una storia democristiana e sono stato in questi anni alla ricerca di un’area centrale che mi ha portato a lavorare con Casini e poi rompere per un eccesso di tatticismo. Poi ho guardato a una parte del Pd: Enrico Letta è stato molto tentato dal costruire una cosa insieme, quando andava in giro a presentare il suo libro “Costruiamo una cattedrale”. Alla fine il progetto l’abbiamo fatto con Francesco Rutelli.

(Novella) Siamo reduci da un confronto stile X Factor tra candidati-concorrenti. Lei rappresenta la componente centrista della coalizione, ma tra papi e cardinali citati nel pantheon dei suoi competitor, vuol dire lei qualcosa di sinistra?
Io ho indicato De Gasperi e Marcora, un inno alla laicità… I papi e i cardinali lasciamoli stare, credo siano state citazioni strumentali. Io in questo anno e mezzo con Pisapia ho concorso a definire i diritti delle coppie di fatto senza che ci fosse un problema di governabilità.

(Novella) Il registro delle coppie di fatto è un esperimento-guida su cui il nuovo governo si potrà impegnare?
Quella è una formula equilibrata, attorno al tema dei bambini però occorre grande prudenza

(Feltri) Coppie di fatto sì, adozioni no…
Certamente.

(Perniconi) A proposito di coalizione: Bersani ha detto “Tabacci sì, l’Api no”. Lei si sente un candidato individuale o dell’Api?
A marzo, all’assemblea dell’Api, ho proposto lo scioglimento dopo la vicenda Lusi. I fatti della politica sono in ritardo sulle mie elaborazioni: alle primarie mi sono presentato con l’etichetta “Italia concreta” che semmai ricomprende l’Api. Se dovessi essere rappresentato dall’Api che vale lo 0,4% avrei finito prima di cominciare.

(Perniconi) E sulle candidature?
Faremo una lista di centro, la sinistra vuole fare da sola come con la “gioiosa macchina da guerra”?

(Perniconi) Ma Casini e Vendola possono stare nella stessa coalizione?
Sì, se io sto con Pisapia significa che Vendola deve andare un po’ a lezione da Pisapia e Casini un po’ da Tabacci.

(Perniconi) Non pensa che per lei sia stato un boomerang mantenere il doppio incarico, deputato e assessore a Milano, pur avendo rinunciato al doppio stipendio?
Lo dovrebbe chiedere a Pisapia, se ritiene il mio contributo marginale. E in questi 18 mesi non c’è un rimborso di un solo euro riferito a una qualsiasi mia azione, tipo l’utilizzo dei taxi con cui mi sposto. Quando ho ricevuto i vertici dell’Edf, per esempio, ho pagato io la colazione. E comunque questo mese ho restituito le deleghe. Avete chiesto cosa hanno fatto Renzi e Vendola?

(Feltri) Quindi lei non sta più esercitando il suo ruolo di assessore ora?
Le deleghe le ha trattenute Pisapia, anche se può darsi che gli dia qualche consiglio. Ma in questo momento non sto esercitando il potere di un assessorato importante come quello al Bilancio. E vorrei che questo fosse riconosciuto come un gesto di correttezza istituzionale assoluta. Dopo il voto del 25 novembre, Pisapia deciderà che fare di quelle deleghe, tenendo presente che possono benissimo trasformarsi in mie dimissioni.

(Gomez) Lei ha fatto un appello a votare, non tanto se stesso ma la coalizione. Dopo le primarie cosa farà? Pensa di essersi guadagnato i galloni di ministro?
Sono pronto a tornare a fare l’assessore. Non sono smanioso di fare qualcosa per forza.

(Gomez) A proposito di Lombardia, mi ha colpito che in un’intervista ha detto che le primarie per la Regione non devono essere competitive, visto che c’è consenso sul nome di Giorgio Ambrosoli. Non è un bel messaggio per i cittadini.
Si è fatta una lunghissima ricerca per trovare un punto di equilibrio per arrivare al nome di Ambrosoli, che risponde a una richiesta che va oltre l’attuale sinistra.

(Gomez) Ma le primarie non sono un sistema per scegliere i candidati?
E lei avrebbe scomodato l’avvocato Ambrosoli per poi buttarlo nel tritacarne?

(Gomez) Che pensa della crescita del Movimento cinque stelle?
Non è la prima volta che l’Italia si affida a pifferai che poi la portano fuori strada. Nel 1987 la Lega elesse due deputati. Nel 1990 15 consiglieri regionali in Lombardia, nel 1992 80 deputati. Il meccanismo non è diverso.

(Gomez) Parlare solo del presunto populismo di Grillo non le pare riduttivo?
Ma mentre apprezzo il giovane Mattia Calise, consigliere a Milano di 21 anni, espressioni di Grillo come “Rigor Montis” mi sembrano di uno squallore assoluto. Quando poi Grillo dice che se avessimo avuto la lira in una notte si risolveva il problema, voleva dire che con lira avrebbe fatto sì che chi si addormentava con 100 lire, al mattino si risvegliasse con 20. Con una svalutazione. E poi, suggerisce, se il nostro debito è per metà in mano straniera, smettiamo di pagarlo. Ma le nostre aziende che esportano il made in Italy dovrebbero farlo con il marchio di un Paese insolvente?

(Tecce) Si metta nei panni di un elettore che deve scegliere tra Grillo e una classe politica che ha generato i Lusi, i Maruccio, le arcorine. E dall’altra parte ci sono quelli come lei che hanno attraversato la prima e la seconda Repubblica, che si ripresentano. Non pensa che sia Grillo a rappresentare davvero la novità?
Quando sono stato raggiunto da un avviso di garanzia durante Mani Pulite mi sono chiamato fuori fino alla fine dell’iter giudiziario. Sono più candidabile di Grillo: ho avuto due assoluzioni contro Di Pietro che era il mio accusatore. Nel 2001 sono rientrato in politica e ho venduto la mia attività, una società di consulenza. Guadagnando un terzo in meno che da professionista, a differenza di quegli avvocati che sono diventati parlamentari e poi hanno presentato i provvedimenti di legge come risultati nell’interesse dei loro assistiti.

(Tecce) Lei che ha fatto anche parte della coalizione di Berlusconi nel 2001, come può essere credibile per un elettore di centrosinistra?
Dopo appena 4 mesi di governo, sulle rogatorie svizzere io mi alzavo in parlamento e dicevo che quelle cose non le avrei votate. Ho fatto più opposizione io di tanti della sinistra che fingevano di farla.

(Feltri) Chi sarebbe il suo ministro dell’Economia se arrivasse a palazzo Chigi?
Bersani.