A Napoli ci sono calciatori che stringono amicizie pericolose con elementi della tifoseria organizzata, infarcita di ultrà estremisti e personaggi contigui alla camorra, perché così “giocano con minore pressione” (parole di un vecchio verbale dell’ex difensore azzurro Fabiano Santacroce) o perché, come fece capire il procuratore aggiunto di Napoli Giovanni Melillo in una conferenza stampa, certe frequentazioni possono tornare utili quando bisogna andare a ridiscutere i contratti con la società.

Cose emerse da un’inchiesta della Procura di Napoli sulle violenze del tifo organizzato che nel febbraio scorso culminò in 11 arresti nel gruppo ‘Bronx’, il cui capo era collegato al clan Mazzarella. Riflettiamoci su, e ora andiamo al Tribunale di Napoli, dove stamane Ezequiel Lavezzi ha deposto in qualità di testimone nell’ambito del processo sul riciclaggio dei soldi del clan Lo Russo nei ristoranti del lungomare partenopeo.

Lavezzi è amico del principale imputato, il ristoratore Marco Iorio, che gli custodiva gli orologi e i gioielli. Conosce anche Vittorio Pisani, l’ex capo della Squadra Mobile di Napoli che in questo processo deve rispondere di favoreggiamento, e che gli chiedeva di firmare magliette e autografi.

Il forte calciatore argentino – ceduto al Paris Saint Germain di Ancelotti dopo quattro anni a Napoli e dopo un lungo tira e molla con il presidente Aurelio De Laurentiis – ha candidamente rivelato di aver ricevuto a casa il boss Antonio Lo Russo, all’epoca uomo libero e inserviente di un’impresa che effettuava i lavori di manutenzione del prato verde del San Paolo (fu fotografato a bordo campo con la pettorina colorata durante un Napoli-Parma perso dagli azzurri e finito in un’inchiesta sul calcio scommesse). Lo Russo attualmente è latitante. “Ci ho giocato alla playstation – ha detto in aula Lavezzi rispondendo alle domande del pm Amato – sapevo che era un ultrà, non sapevo che fosse un camorrista”.

Sono ragazzi, dirà qualcuno. Vivono in terra straniera, non sanno a chi rivolgersi e finiscono per conoscere le persone sbagliate, come Diego Armando Maradona che negli anni ’80, in preda a una vita di stravizi e cocaina finì dritto nella vasca da bagno dei Giuliano, i re di Forcella. E’ l’altra faccia della medaglia dell’amore immenso che Napoli riserva ai suoi campioni del pallone.