Non è vero che la lingua italiana sta perdendo, nel mondo, influenza e peso. I tempi non saranno più, forse – anzi, di certo non sono più – quelli (lontanissimi) nei quali la lingua del “bel paese là dove ‘l sì suona” era, di fatto, l’esperanto delle belle arti e della musica. Ma ci sono ancor oggi parole – parole inequivocabilmente nostre – che continuano a conquistare il pianeta. Parole che, se vogliamo, non hanno più la soave eleganza dei “chiaroscuro” o degli “allegro andante”, ma che egualmente vanno risuonando, cristalline e gloriose, parlando di noi e della nostra cultura, dai più elevati e prestigiosi podi del globo terracqueo.

Solo pochi giorni fa, una delle più popolari espressioni del nostro lessico – il diffusissimo “c…o!”, nel caso specifico preceduto dall’articolo indeterminato “un” ed usato  nel senso di “nulla”, “niente” – è uscito, con grande energia e con perfetta pronuncia (clicca qui per il video), dalla bocca della “presidenta” della Repubblica argentina Cristina Fernández de Kirchner, nel corso d’un incontro con i sindaci della provincia di Buenos Aires ampiamente trasmesso (in diretta o in differita) da tutte le catene televisive. Perché c…o, si chiederà qualcuno, Cristina Fernández, ha usato la parola c…o in tanto ufficiali circostanze? Molto semplice – e, a suo modo, lusinghiera – è la risposta. Cristina stava in quel momento parlando della libertà di scelta in elezioni democratiche. O, più esattamente, della subordinazione di tale libertà alla possibilità d’ascoltare la voce di tutti i candidati e di valutare con imparzialità tutte le opzioni politiche sul tappeto. In assenza di tale possibilità, aveva detto in sostanza la “presidenta”, quella libertà non è che una finzione perché, aveva aggiunto, l’elettore in realtà “non sceglie un c…o”.

Parole sante, come si usa dire. Sante, ma indiscutibilmente turbate da quello che anche ai molti argentini totalmente a digiuno d’italiano è d’acchito risuonato come un’assai profano accento. E che come tale – con tanto d’analisi storico-etimologico-anatomica e perlopiù sotto il titolo “De que ‘c…o’ habla Cristina?” – è stato poi riportato da gran parte dei media argentini (e non solo).

In verità, quell’italica interiezione – che nel discorso di Cristina era sembrata garrire orgogliosamente al vento come un tricolore – è stata poi, non solo molto discretamente epurata (e sostituita dal termine castigliano “nada”) nella versione ufficiale diffusa dalla Casa Rosada, ma anche usata dalla stampa più ostile al kirchnerismo come un’ennesima testimonianza del progressivo involgarimento del discorso politico presidenziale. O, per dirla tutta, come l’ultima prova del fatto che il crescente presenzialismo televisivo della “presidenta” (la quale è ormai buona terza, dietro al venezuelano Chávez ed all’ecuadoriano Correa, in termini di “catene nazionali obbligatorie”) risulta essere inversamente proporzionale alla qualità ed all’efficacia del suo messaggio. Eletta un anno fa con oltre il 54 cento dei voti, Cristina Fernández vanta oggi, secondo i sondaggi, indici di gradimento al di sotto del 40 per cento. E proprio alla vigilia del suo “discorso del c…o” le strade di Buenos Aires e di altre grandi città erano state riempite, per la seconda volta in un paio di mesi, da imponenti (ed apartitiche) manifestazioni di protesta (i cosiddetti “cacerolazos”) contro il suo governo.

Avrò modo di tornare sul tema del kirchnerismo e delle sue derive mistico-autoritarie (lato oscuro di quello che resta, nel suo complesso, un positivo processo di democratizzazione e d’inclusione sociale). Ma nel frattempo godiamoci, da italiani, questo momento d’auge del nostro idioma e della nostra immagine. Resa internazionalmente popolare, un anno fa, dalla tragica vicenda del Concordia (con il famoso “ritorni a bordo, c…o”, rivolto al comandante Schettino), il più scurrile tra i molti vocaboli che , in lingua italiana, definiscono l’organo sessuale maschile è ormai diventato – come la pizza o la Ferrari, ma in termini capovolti – una sorta di ambasciatore d’italianità, il più attuale e cosmopolita simbolo del nostro modo d’essere. Anche un paio di mesi fa, quando, in una delle sue sempre più frequenti cadute di stile, Cristina Fernández, in visita a una fabbrica di prodotti alimentari, s’era esibita di fronte alle telecamere in una barzellettaccia inopportuna e indecente (un doppio senso a sfondo sessuale particolarmente sconcio ed umiliante per i lavoratori ai quali era rivolto), i media argentini avevano immediatamente pensato a noi. Cristina, avevano scritto, parla ormai come Berlusconi…

Un tempo l’italiano era la lingua del bello. Oggi è la lingua del turpe. O, se preferite, la lingua del c…o. Facciamocene una ragione.