“Domani venite a riprendervi il corpo, comprate una tomba e non rilasciate interviste”.

Queste le parole con cui i familiari di Sattar Beheshti hanno appreso, il 6 novembre, della morte in carcere del loro congiunto. Il giorno dopo, l’hanno sepolto. Chi ha potuto vedere il suo corpo in quell’occasione, ha notato tracce di sangue rappreso sui piedi e sulle ginocchia e lividi sul viso e in testa. 

Beheshti, 35 anni,  curatore del blog “La mia vita per il mio Iran”, era stato arrestato il 30 ottobre nella sua abitazione di Robat Karim, a sud ovest della capitale Teheran, da agenti della Polizia informatica (un reparto istituito nel 2011 per vigilare sulla blogosfera e punire autori e contenuti ritenuti contrari alla sicurezza e alla morale del paese), presentatisi senza mandato e puntando una pistola contro la madre che protestava.

Il giorno prima dell’arresto, aveva scritto sul suo blog: “Mi hanno inviato questo messaggio: dillo a tua madre che presto dovrà vestirsi a lutto, visto che non tieni chiusa quella tua boccaccia”. Su quel blog, aveva attaccato la Guida suprema, l’ayatollah Khamenei, accusandolo di distrarre con una vuota retorica filopalestinese un”opinione pubblica disillusa dai casi di corruzione e dai fallimenti delle politiche economiche. Tra i suoi ultimi post, un’analisi della politica dell’Iran nei confronti del Libano e un plauso alla decisione del Parlamento europeo di conferire il Premio Sakharov 2012 al regista Jafar Panahi e all’avvocata per i diritti umani Nasrin Sotoudeh, su cui torno dopo.

Dopo l’arresto, Beheshti è stato portato al centro di detenzione di Kahrizak, poi nel famigerato carcere di Evin, dove ha presentato una denuncia. Nel testo, che è diventato pubblico, lamentava di essere stato arrestato senza mandato e di essere stato torturato durante gli interrogatori.

Chi lo ha incrociato, a Evin, nel braccio 350 destinato ai prigionieri politici, ha riferito che aveva delle ferite ai polsi, segno che poteva essere stato appeso per le braccia al soffitto, uno dei metodi di tortura più diffusi in Iran e negli altri paesi della regione. La sera del 1° novembre, dopo aver trascorso qualche ora nell’infermeria del carcere, è stato trasferito in un luogo sconosciuto. 

I familiari di Baheshti vivono queste giornate nel terrore, in una sorta di arresti domiciliari in casa della sorella. Alcuni telefoni cellulari sono stati sequestrati e le altre utenze sono state messe sotto controllo. L’abitazione è circondata da macchine della polizia e gli agenti controllano ingressi e uscite, consentiti solo a una ventina di parenti stretti che avevano preso parte ai funerali. 

Nelle carceri iraniane, la tortura è praticata con regolarità. Lo ammettono, parzialmente, anche le stesse autorità iraniane. Addirittura nel 2009 il centro di detenzione di Kahrizak venne chiuso per un po’ di tempo dopo che alcuni prigionieri erano stati torturati a morte. Secondo Human Rights Watch, dal 2009 i decessi di attivisti per i diritti umani in carcere, attribuibili alla tortura, sono stati almeno 13.

La situazione è terribile anche a Rejaei Shahr, come racconta questa testimonianza dall’interno del braccio della morte.

Sempre a Evin, nove detenute politiche hanno portato avanti per diversi giorni uno sciopero della fame per protestare contro le perquisizioni arbitrarie e altre vessazioni subite in carcere. La protesta è cessata il 5 novembre, dopo che le prigioniere hanno ottenuto garanzie da parte della direzione di Evin di un miglioramento delle condizioni detentive e di un’indagine interna sui trattamenti cui erano state sottoposte.

Continua invece a rifiutare il cibo, dal 17 ottobre, Nasrin Sotoudeh. Protesta perché da mesi non le fanno abbracciare i figli, che può incontrare solo attraverso un vetro divisorio. Pochi giorni fa, è stata trasferita dalla sezione generale  al braccio d’isolamento 209, reparto sotto la supervisione del ministero dei Servizi segreti.

Ultim’ora: il parlamento iraniano, rispondendo alle sollecitazioni delle organizzazioni per i diritti umani, ha reso noto che sulla morte di Sattar Beheshti verrà avviata un’inchiesta e che le conclusioni saranno rese pubbliche.