Mentre a destra e a sinistra fervono le primarie, la partita su chi governerà l’Italia dopo le elezioni sembra giocarsi altrove. L’ipotesi di un Monti bis prende sempre più corpo, con il professore che manda quotidiani segnali di disponibilità, tanto da far montare la reazione del segretario del Pd Pier Luigi Bersani che cerca di svincolarsi dalla trappola di una legge elettorale fatta su misura per un risultato confuso, che spalancherebbe le porte al ritorno del professore a Palazzo Chigi: “Quello che non accettiamo è di mettere l’Italia all’avventura togliendole ogni possibile governabilità”. Comunque sia, chiarisce, “in caso di pareggio si rivota, altro che Monti bis”. 

Il destino del professore, infatti, è intrecciato a quello della nuova legge elettorale, in eterna discussione tra tatticismi e calcoli di convenienza. Intanto Monti rivendica una sostanziosa quota di consenso personale : “Non credo possa considerarsi solo uno che, per quello che possono valere i sondaggi, sembra avere un consenso superiore a quello di cui godono i partiti che lo sostengono in Parlamento”, afferma nell’intervista che apre il libro “Le parole e i fatti”, pubblicato dal Corriere della sera. E ieri sera un periodico francese aveva diffuso un’altra intervista nella quale Monti ribadiva la sua disponibilità a restare alla guida del Paese nel caso dalle urne uscisse un quadro confuso.

“A quelli che lavorano per produrre un pareggio dico: ‘Badate bene che in quel caso si rivota, altro che Monti bis'”, chiarisce Bersani in un’intervista a La Stampa. “Lo dico sulla base di un ragionamento non solo politico, ma anche squisitamente matematico. Forse pensano che tra sei mesi, quando a Montecitorio ci saranno cento e passa deputati di Grillo, si potrebbe replicare la maggioranza che c’è ora? Non esiste”. Bersani è poi tornato sull’argomento: “Quello che non accettiamo è di mettere l’Italia all’avventura togliendole ogni possibile governabilità, magari da parte di quelle stesse forze che ci consegnarono il Porcellum”.  Per il segretario del Pd ”siamo al lupo e l’agnello in salsa elettorale. Veniamo accusati di arroganza da coloro che hanno pensato di procedere a colpi di mano parlamentari sulla legge elettorale”.

A tessere la tela del Monti bis, oltre al centrista Pier Ferdinando Casini, c’è il presidente della Camera – e fondatore di FliGianfranco Fini, che in un’intervista a Repubblica apre alla riunificazione del centrodestra a patto che il Pdl sia pronto, dopo il voto, a “continuare con l’agenda Monti”. E cioè “a far nascere un governo politico guidato dallo stesso Monti”. Se Angelino Alfano vincerà le primarie, continua Fini, “voglio vedere se immagina se stesso a Palazzo Chigi, come, d’altra parte, sta già facendo Bersani. Noi della lista per l’Italia stiamo lavorando per tenere Monti a palazzo Chigi dopo il voto”.

Anche Casini, protagonista ieri di un duro scontro con Bersani, torna sulla questione: “Bersani vuole un premio per il partito di maggioranza relativa del 10 per cento. Eravamo d’accordo prima, siamo d’accordo oggi, saremo d’accordo domani. In realtà”, aggiunge, “il dibattito di ieri ha dimostrato che molti pensano ad un centro che deve essere subalterno e vassallo della sinistra: non esiste”.

La partita della legge elettorale si gioca soprattutto sul premio di maggioranza, lo strumento principe della “governabilità”. Alla nuova normativa serve “un premio di governabilità”, spiega appunto su Repubblica il politologo Roberto D’Alimonte. “Dare il 10% al primo partito non gli consentirebbe di arrivare alla maggioranza assoluta, ma di avere una massa critica per riuscire a fare un governo che non sia di grandi ammucchiate”, spiega. Senza il premio “di consolazione”, continua, “essendo il 42,5% impossibile da raggiungere, si tornerebbe al proporzionale puro, che in questa situazione di frammentazione e di disaffezione alla politica sarebbe una follia. Con un rischio in più: i voti segreti alla Camera potrebbero cassare le preferenze, e lasciare le liste bloccate. Il peggio del peggio”.

La strada segnata dall’esperto non piace a Pdl e Udc, che per motivi diversi vedrebbero bene un Monti bis. Sono “esattamente quelli che hanno voluto il Porcellum, una legge fatta su misura perché nessuno vincesse”, ricorda D’Alimonte. All’epoca – era il 2005 – il centrodestra aveva la necessità di arginare la vittoria del centrosinistra, preannunciata da tutti i sondaggi dopo l’esito deludente del quinquennio berlusconiano. In un intervento sul Sole 24 Ore, il politologo invita dunque le forze politiche a “non cadere nell’errore di fare una riforma elettorale ad personam”. Perché “tra Bersani e Casini sembra che ci sia di mezzo Monti, o meglio il Monti bis”, scrive. Il problema, aggiunge, è che “questo dissidio rischia di avere un impatto negativo sulla riforma elettorale”.