“Una legge elettorale pensata apposta per non far vincere nessuno e, così, tenere in piedi il governo dei non eletti per altri cinque anni”. E’ l’allarme che Antonio Di Pietro lancia sul suo blog, ma dà corpo a timori ben più diffusi. Soprattutto nel giorno in cui una testata francese pubblica un’intervista a Mario Monti, realizzata a settembre, in cui il premier tecnico ribadisce le sue intenzioni per il futuro: “Nell’ipotesi in cui risultasse impossibile costituire una maggioranza, io ci sarò. E se sarà necessario continuerò”.

Ecco delineato il grande gioco intorno alla legge elettorale che, come dice Nichi Vendola, i partiti trattano “come l’abito di Arlecchino portato nella sartoria delle proprie convenienze di parte”. E per il partito del Monti bis, idealmente capitanato dal centrista Pier Ferdinando Casini, il taglio giusto sarebbe quello di una normativa appositamente confusa, in modo che dalle urne di primavera non esca un vincitore netto. Così da creare le condizioni descritte da Monti come premessa della sua permanenza alla guida del Paese. 

Dalla sartoria, ha fatto capire il presidente del Senato Renato Schifani, dovrebbe uscire un abito che impedisca la vittoria di concorrenti sgraditi: “Sono al lavoro sulla legge elettorale per i cittadini, ce la sto mettendo tutta, è quello che ci chiedono in tanti”, ha spiegato ieri Schifani in un intervento pubblico. “Ce la facciamo, se no Grillo altro che al 30%, va all’80%”. L’ispiratore del Movimento 5 stelle ha replicato immediatamente sul sui blog: “Di fronte al colpo di Stato del cambiamento della legge elettorale in corsa e al tetto del 42,5% per il premio di maggioranza per impedire a tavolino la possibile vittoria del M5S e replicare il Monti bis, la Ue tace. Chissà forse ci farà una multa per divieto di sosta a Montecitorio”. Ma il comico genovese non è stato l’unico a sottolineare la totale inopportunità di questa sorta di ‘”outing” della seconda carica dello Stato. 

In questo quadro arriva lo scontro tra il leader del Pd Pier Luigi Bersani e Casini. La riforma del “Porcellum” attualmente in discussione, ha affermato Bersani, è “un’idea da ricovero perché questa legge porta solo allo tsunami dell’ingovernabilità”. Pur deciso ad alzare i toni contro l’introduzione della soglia del 42,5% per ottenere il premio di maggioranza di coalizione, Bersani ha aspettato qualche giorno prima di prendere di petto Casini, corteggiato per un ‘patto di legislatura’ dopo il voto e dal quale il Pd aveva ricevuto garanzie che sulla riforma elettorale non si sarebbero stati sgambetti. “Non sto affatto chiedendo – ha continuato il segretario Pd – come dice Casini, che con il 30% dei voti hai il 55% dei seggi, questo è il loro Porcellum. Non sto chiedendo una maggioranza assoluta a sbafo, ma se non si mette un premio del 10% (che andrebbe al partito di maggioranza relativa qualora la soglia della maggioranza di coalizione non venisse raggiunta, ndr) il rischio di frammentazione in Parlamento è altissimo e questo porta non al Monti bis ma alla palude”. Se la sera delle elezioni non emerge, grazie ad un premio di maggioranza, se non un vincitore “almeno l’azionista di riferimento”, per il leader Pd l’unica conseguenza sono “le elezioni dopo sei mesi”. Come è accaduto in Grecia, e non è un bel paragone.

In tutto questo, il Pdl pare marciare a fianco degli ex alleati centristi, ma per ragioni diverse: date le tetre previsioni elettorali dell’era post-berlusconiana, il Monti bis potrebbe essere meglio che consegnare il governo al centrosinistra. Il Monti bis va bene “se è senza sotterfugi”, sottolinea il vicepresidente dei deputati Osvaldo Napoli. “La pressione del grillismo sul quadro politico sta facendo perdere la calma a più di qualche attore politico e istituzionale, a tutto vantaggio ovviamente della causa grillina”. 

La discussione sulla soglia del premio di maggioranza al 40 o al 42,5% è più sostanziale di quanto sembri. Perché una recente rilevazione del’Ipsos presentata a Ballarò stima nel 45% l’indice di gradimento di Matteo Renzi candidato premier nel caso vinca le primarie del centrosinistra, un risultato ottenuto grazie all’appoggio dei moderati esterni all’area, che a Bersani non darebbero lo stesso sostegno. Stando a questi numeri (che naturalmente fotografano l’oggi e possono cambiare sensibilmente da qui al voto), un ipotetico candidato premier Matteo Renzi potrebbe giocarsi il golden gol sul filo di pochi voti.