Scrivere, e anche leggere, sono attività lineari, in cui riflettendo seguiamo l’andamento della riga; è un poco come infilare una perla dietro l’altra, creando e entrando in risonanza con un motivo, un ritmo, un senso. Sono attività che a volte riescono a riunire le consapevolezze di chi scrive e di chi legge, una specie di incontro, qui in bilico, sulla riga. Mi piace scrivere, insomma.

Ma ancora di più mi piace ascoltare la voce delle persone, parlare con loro, intessere insieme un qualche significato condiviso.

Il mio sogno è tenere una rubrica alla radio. Mi è capitata qualche occasione di microfono aperto, alla Radio della Svizzera Italiana, ad esempio in occasione dell’uscita di un mio libro; un’esperienza che mi ha sempre fatto piacere.

Dove son finite le famose radio libere?

Qui sul blog non sentiamo le nostre voci: è un vero peccato. Come si dice “è il tono che fa la musica”, e purtroppo io non sento le vostre, di voci, e voi non sentite la mia.

E a me sembra, appunto, molto importante sentire le voci, il tono, il timbro, il suono, la musicalità della parlata.

Come nel blog, anche nel telefonare a una radio l’anonimato può restare garantito, ma non è la stessa cosa: l’esprimersi in modo diretto, parlando insieme, implica il mettere in gioco la propria fisicità, la voce appunto, che può perfino tremare di rabbia o di indignazione, o di timidezza, o per l’agitazione, esprimendo così in modo diretto anche le emozioni che non nominiamo.

Certo quel che si dice a voce è volatile: non resta nero su bianco per giorni o addirittura mesi, ma finisce, come la musica finisce, alla fine del brano musicale. Si sa, non è certo una novità. Tuttavia mi piace ricordarlo: è un’esperienza, quella dell’udire – musica o suoni o la voce – sempre nel qui e ora, sempre circoscritta immediatamente dalla sua fine, dalla nostra transitorietà. E dalla possibilità di spegnere la radio: un clic, e non esiste più. Ed ecco, di nuovo, il silenzio, e allora sentiamo a un tratto il ronzio del frigorifero, o un qualche altro segnale, di una qualche altra fonte.

La mia voce, prima o poi, sparirà con me.

Sparirà la mia possibilità di ascoltare e di rispondere, di tessere storie che ci sostengano. Credo che essere ben consapevoli della transitorietà propria e degli altri sia un gran bene, un modo per ricordarci l’inestimabile valore di esistere, di poter essere connessi, ora, adesso, qui. Insieme su questa barcollante riga.