C’è un alone di infastidito stupore davanti alle lacrime, quando a commuoversi sono i protagonisti della politica. La perfida Elsa Fornero fu accusata di eccessiva femminilità dagli uni e portata in trionfo come anima bella dagli altri, in occasione di uno dei primi atti di macelleria sociale del suo mandato. Tagliava, licenziava e prepensionava, però soffrendo. Era subdola e fasulla oppure, come un medico pietoso, piangeva sul malato incurabile, un attimo prima di finirlo a colpi di bisturi? E le lacrime di Stefania Prestigiacomoin un momento di frustrazione parlamentare: erano di rabbia o di origine ormonale? Le donne , si sa, piangono. Fa parte dei loro ambigui privilegi, è iscritto nel codice del loro apprendistato: tuo fratello deve essere coraggioso, tu devi essere carina. Perciò piangi pure, basta che lo faccia con grazia.

Tu bambina, tu ragazza, tu donna. Tu uomo, invece, per favore, grinta dura e cuore di pietra. Gli uomini, infatti, quasi mai si lasciano andare. Quelli potenti, poi, non se ne parla proprio. Ed ecco che Barack Obama, bello come una donna e forte come un uomo, abbagliante nella camicia bianca stropicciata da ore e ore di tensione, dopo una campagna elettorale faticosa e vittoriosa, rompe il codice del martirio maschile e lascia scivolare sul viso due lacrime, silenziose e ben visibili. Avesse pianto sangue San Gennaro lo sconcerto sarebbe stato inferiore e il video del miracolo assai meno cliccato.

Tutta la rete, infatti, da ieri mattina, si sta commuovendo sulla commozione del rieletto presidente degli Stati Uniti. Innanzitutto perché non è un pianto privato, non ha pianto fra le braccia di sua moglie o intercettando l’orgoglio negli occhi delle sue figlie. Ha pianto ringraziando le decine e decine di ragazze e ragazzi che hanno lavorato per lui, i volontari, anonimi artefici del successo di un altro. Li ha ringraziati e ha detto che anche lui è stato come loro, un community organizer, nelle periferie abitate dai neri poveri. Poi ha detto: “Voi siete migliori di come ero io. Più svegli e più efficaci”. E poi si è commosso.

Si è commosso sul suo passato, misurando la strada fatta dai marciapiedi di un ghetto fino alla Casa Bianca? No, quello era il sentimento del 2008. Questa volta si è commosso su qualcosa di più sottile: io ho faticato come una bestia, ma il mio narcisismo mi ha ripagato in solido. Sono l’uomo più amato, commentato, invidiato, fotografato, filmato e nominato del mondo. Voi avete faticato come bestie e non avete guadagnato altro che il piacere del lavoro fatto bene, della mia vittoria, della vittoria di un’idea di società. Si è commosso sulla dedizione e sulla speranza, sulla capacità di impegnarsi non per il proprio tornaconto immediato, ma investendo su qualcuno. Forse si è sentito anche piombare addosso una responsabilità superiore a quella degli equilibri mondiali o dei problemi fiscali o del minaccioso balletto di Wall Street, una responsabilità tipicamente paterna: quella di non deludere i figli.

C’è di che cedere all’emozione. Ma naturalmente non si può svaccare, così, con un dito della mano destra, la lacrima viene asciugata, ne scende un’altra, fa la stessa fine. Partono gli applausi. Obama si allontana, questa volta è il dorso della mano che cancella quella rottura dei codici virili. “Obama è un piacione”, accusano i detrattori. È finto. Recita. Il suo sorriso da buono, il suo amore per la moglie, le sue lacrime per i volontari… tutte armi di seduzione di massa.

Io non credo sia così. Io credo che avere cominciato come ha incominciato lui, dal niente, ma lottando per se stesso e per quelli come lui, non essere “figlio di”, non essere un pregiato prodotto del laboratorio della borghesia wasp, abbia fatto di lui un uomo più complesso e più completo dei suoi predecessori. Così complesso e completo da aver accesso al codice delle donne. Non soffocare l’emotività. Testa e cuore. Le palle, da sole, non portano da nessuna parte.

Il Fatto Quotidiano, 10 Novembre 2012