Credevamo di aver visto di tutto in materia di leggi ad (o contra) personam; non era scontato prevedere che anche la legge elettorale sarebbe stata modellata sul profilo di un singolo contendente che, per sommo paradosso, non sarà nemmeno personalmente candidato.

Parafrasando Engels e Marx, a proposito del comunismo in Europa, lo spettro di Beppe Grillo, che per di più ha anche l’impudenza di sottrarsi agli stessi talk show in cui fino a ieri i leader dei partiti sgomitavano per uno strapuntino, si aggira nei palazzi delle istituzioni seminando oltre al panico la più autolesionistica dissennatezza.

Dopo aver partorito il Porcellum ed esserselo pacificamente goduto per due tornate elettorali; dopo aver avversato e sabotato il referendum ed aver plaudito al responso negativo della Consulta, senza curarsi minimamente di intervenire con una nuova legge elettorale, a parole invocata da tutti, i partiti scoprono a pochi mesi dal voto la necessità di provvedere. E lo fanno sotto l’impulso irrefrenabile di sedare il panico da sondaggio che ogni settimana conferma implacabilmente l’irresistibile ascesa del movimento fondato da Beppe Grillo che non conosce flessioni.

Infatti i consensi per “il ricco demagogo in pantofole”, come è stato definito da qualche involontario buontempone della nomenclatura partitica, non accusano nessuna flessione, nonostante le campagne orchestrate sui dissensi interni e il presunto dispotismo del capo, che con la strumentalizzazione in chiave maschilista del “caso Salsi” hanno toccato (si spera) l’apice del ridicolo e della malafede.

Dall’intervento della Consulta che ha dichiarato inammissibili i quesiti oggetto del referendum anti-porcellum sono passati ormai undici mesi e in Parlamento – ma soprattutto a latere – si è assistito a una teoria di incontri tra plenipotenziari dei partiti, proposte e controproposte tra loro antitetiche, sparate, “limature” in senso proporzionale o maggioritario, ascese di nuovi astri elettorali, come il cosiddetto Provincellum, alias Porcellinum durati lo spazio di qualche titolo in prima pagina.

Tutti escamotages finalizzati, a seconda delle contingenze quotidiane, a tenere fuori gioco qualcuno intenzionato a mettersi di traverso soprattutto in vista di una riedizione dell’attuale maggioranza: fino a poco tempo fa preferibilmente l’Idv, Sel e la Lega che però sembra aver ritrovato la retta via elettorale (insieme ai vecchi alleati e cioè quello che resta del Pdl e dell’ Udc). 

Già dopo il risultato a Parma, Beppe Grillo aveva puntualmente registrato che il M5S era diventato “il mostro da abbattere” e aveva contestualmente confermato che il movimento si sarebbe presentato alle elezioni politiche con qualsiasi legge elettorale, anche se forse allora non poteva immaginare dove si sarebbe spinto sul fronte elettorale lo spiegamento di forze partitico.

La legge elettorale che in queste ore gode il plauso incondizionato di alte cariche dello Stato, incluso il presidente del Senato Schifani che ne ha sottolineato la ratio, o di un politico di lungo corso come Francesco Rutelli, è stata dichiaratamente concepita e rivendicata in funzione anti-grillo.

Il refrain è sempre lo stesso: non si può pensare che un partito che raggiunge poco meno di un terzo dei consensi possa conquistare troppi seggi, soprattutto se si tratta naturalmente dei “barbari” di Grillo, manovrati dietro le quinte del web dalla  S.p.e.c.t.r.e  che fa capo a Casaleggio.

Perciò, anche se in palese e aperto disprezzo da quanto fissato in ambito europeo e contro qualsiasi principio basilare di correttezza democratica e di rispetto dello spirito della Costituzione, l’obiettivo è quello di sostituire il Porcellum con una legge che alzi il premio di maggioranza al 42,5%, una soglia altissima ed irraggiungibile per il M5S ma verosimilmente anche per la coalizione Pd-Sel-Socialisti.

Anche giuristi che non sono certamente arruolabili nel fronte grillino, come Gianluigi Pellegrino, commentatore giuridico su Repubblica, hanno evidenzato che un intervento del genere oltre ad arrivare fuori tempo massimo, tenuto conto che il Consiglio d’Europa ha stabilito che nell’anno del voto non siano modificabili elementi essenziali della legge elettorale vigente, è palesemente contro qualcuno e presenta aspetti di incostituzionalità.

Se l’alternativa in cui ci troviamo al 10 novembre è tra rieleggere un parlamento di nominati con il Porcellum oppure ingoiare una riforma antigrillo finalizzata a un Monti-bis non votato per la secona volta, allora sarebbe stato altamente preferibile che il governo per decreto avesse, sulla base della obiettiva necessità ed urgenza, riesumato il Mattarellum, come aveva proposto Michele Ainis.

Ma evidentemente non l’aveva e non l’ha ritenuto opportuno anche in vista degli eventuali scenari alternativi, tutt’altro che sfavorevoli all’attuale esecutivo, che si sono puntualmente concretizzati.