Violazione del segreto di stato: è l’accusa per cui sono stati puniti sette Navy Seal statunitensi. Membri dell’unità scelta Team 6, uno di loro partecipò all’operazione in cui fu ucciso Osama bin Laden, i sette sono accusati di aver rivelato informazioni classificate fornendo consulenza per la realizzazione dell’ultimo capitolo del videogioco Medal of Honor. Altri quattro soldati, ha rivelato l’emittente Cbs, sono sotto inchiesta con le stesse accuse. I militati coinvolti hanno ricevuto una lettera di ammonimento e per due mesi sarà decurtata loro parte dello stipendio. Provvedimenti che potrebbero avere ripercussioni sulla loro carriere. “Non tolleriamo che non si rispettino le politiche che regolano chi siamo e ciò che facciamo come membri della Marina degli Stati Uniti”, ha sottolineato in un comunicato il retroammiraglio Garry Bonelli, vicecomandante del Naval Special Warfare Command. 

Il gioco non ricrea il raid di maggio 2011 nel complesso pachistano di Abbottabad dove fu scovato lo sceicco saudita, tuttavia dà una rappresentazione realistica delle missioni, come ad esempio gli attacchi contro le navi dei pirati in Somalia. Non è neanche chiaro quali segreti i militari abbiano rivelato. Le principali accuse contro i sette militari sono il non aver chiesto l’autorizzazione per svolgere attività di consulenza per gli sviluppatori del gioco e aver mostrato loro l’equipaggiamento da combattimento in dotazione all’unità cui appartengono.

Così facendo avrebbero violato la regola non scritta che vuole i Navy Seal lontani dai riflettori. Punto quest’ultimo che sembra venire sempre più spesso meno. La Cbs, prima a dare la notizia delle punizioni contro i sette militari, ricorda come le unità speciali siano state nell’ultimo periodo “sommerse dalla pubblicità”, spesso sotto forma di film che ne vantano le gesta e con il beneplacito dei comandanti, non ultimo l’ammiraglio William McRaven, a capo delle operazioni nel raid di Abbottabad.

Anche la Bbc sottolinea la diffusione negli Usa di magliette e gadget che sfruttano il nome del Team 6, immortalato in pellicole come Nome in Codice Geronimo, con soggetto proprio la missione contro bin Laden, la cui prima ha scatenato la reazione dei repubblicani perché andata in onda due giorni prima delle presidenziali di martedì scorso e perciò considerato uno spot per il presidente uscente Barack Obama.

La consulenza per il videogioco è soltanto l’ultimo episodio in ordine di tempo legato al coinvolgimento in operazioni commerciali di soldati che presero parte al raid. A settembre fece scalpore la pubblicazione di No easy day scritto, con lo pseudonimo di Mark Owen, dall’ex Navy Seal Matt Bissonnette che abbandonata la divisa decise di raccontare la propria versione sul raid senza che questa fosse preventivamente approvata dal Pentagono. Un racconto che va dallo schianto dell’elicottero che avrebbe potuto mettere fine alla vita di Owen, alla precisazione dei termini della missione catturare o uccidere il leader di al Qaida, fino alla comunicazione via radio che confermava la morte di bin Laden. Bissonnette è ora accusato dal Pentagono di aver pubblicato informazioni classificate violando gli accordi che aveva firmato per prestare servizio nelle forze speciali. Ma al momento contro di lui non è stata aperta alcuna inchiesta.

di Andrea Pira