A che serve una rettifica? A ristabilire la verità, nell’interesse delle vittime di una notizia errata o imprecisa: cioè la persona coinvolta e i lettori (o ascoltatori o telespettatori o utenti web). Ogni tanto, però, la verità è nell’articolo contestato, non nella rettifica (nel qual caso il giornalista replica alla rettifica e dimostra, carte alla mano, di avere scritto la verità). Questo concetto, comprensibile anche a un mezzo minorato, non entra in testa alla maggioranza dei parlamentari, che stanno varando una legge (per salvare dalla galera Sallusti, suo malgrado) che obbliga a pubblicare le rettifiche integrali (anche chilometriche) e senza replica. Il che presuppone che il giornalista menta sempre, programmaticamente. Così l’ultima parola l’avrà sempre chi rettifica, anche se mente sapendo di mentire. Così i cittadini prenderanno per buone anche le menzogne.

Giovedì scorso, a Servizio Pubblico, ho citato alcuni politici, quattro dei quali hanno inviato a Santoro una richiesta di rettifica. Il primo è l’ex presidente dell’Antimafia Francesco Forgione (Prc): nega di essersi opposto nel 2006 alla proposta Licandro-Napoli (Pdci-An) di vietare l’ingresso in Antimafia a imputati e condannati per mafia e reati contro la PA perché ciò avrebbe affievolito “le prerogative dei parlamentari”. Eppure Rifondazione votò contro quella norma e Forgione spiegò (Ansa, 6.12.2006 ore 19.13): “Ho difeso in modo convinto le prerogative del Parlamento e dei parlamentari”, aggiungendo che il problema andava risolto in altro modo. Il secondo è Giampiero D’Alia dell’Udc: “Travaglio ha citato una mia dichiarazione (presumo estrapolata da atti parlamentari) dalla quale si evincerebbe la mia contrarietà a impedire l’ingresso in Antimafia a parlamentari sottoposti a procedimenti penali… Mi spiace dover contestare l’infondata ricostruzione…”. Segue pappardella di varie pagine. Ma io non ho estrapolato un bel niente: ho citato l’Ansa 14.6.2006 ore 20.37 che riporta il giudizio di D’Alia contro la proposta Napoli-Licandro: “Si creerebbe una disparità inaccettabile, tanto è vero che nessuno mai ha pensato di mettere dei paletti del genere nell’istituire la commissione. Il rischio infatti… è che possa far parte dell’Antimafia chi è stato condannato ad esempio per falso in bilancio, mentre resterebbe fuori uno indagato per abuso d’ufficio”. Anche l’Udc, in aula, votò contro.

Il terzo, Paolo Cirino Pomicino, scrive a Santoro che è falsa la sua condanna – da me citata – per corruzione, poi aggiunge una supercazzola: “L’episodio a cui il tuo solito collaboratore si riferisce è forse il patteggiamento che la Procura di Milano mi chiese insistentemente su accuse che non stavano in piedi”. Indovinato: parlavo proprio dell’accusa di corruzione per i fondi neri Eni, così infondata che Pomicino patteggiò 2 mesi in aggiunta ai 18 già totalizzati per la maxitangente Enimont. Il quarto è Nino Dina, cuffariano di ferro, rieletto deputato regionale in Sicilia al seguito di Crocetta. I suoi legali contestano la “falsa notizia” che Dina fu “indagato e prosciolto per concorso esterno” e chiedono “di precisare senza commenti che non ha mai ricevuto avvisi di garanzia”, altrimenti ricorreranno all’Agcom e “iniziative penali e civili”. Ora, è vero che Dina non ha ricevuto avvisi di garanzia: infatti non l’ho mai detto. Ho detto che fu indagato e prosciolto, e sono stato fin troppo generoso, visto che la Procura ha chiesto la sua archiviazione nell’aprile 2010, ma non risulta che il gip abbia ancora deciso. Ecco: se il bavaglio-porcata fosse già in vigore, Forgione e D’Alia potrebbero far credere agli italiani di non aver mai detto ciò che hanno detto, Pomicino di non avere pene per corruzione e Dina di non aver mai subìto indagini per mafia. In nome della libertà d’informazione, of course

Il Fatto Quotidiano, 9 novembre 2012