Le elezioni americane hanno messo in luce il ruolo autentico della politica, quanto l’esercizio del potere pubblico, se affidato alle giuste persone, possa essere produttivo per il progresso culturale, sociale ed economico dell’umanità. In un Paese come il nostro in cui il termine “politica” ha ormai assunto un’accezione negativa tutto questo suona strano ed eccezionale, tanto da far rimanere molti di noi incollati tutta la notte alla televisione per vedere i risultati delle elezioni negli Stati Uniti d’America.

La reazione della politica americana all’uragano Sandy ha dimostrato come il senso di appartenenza ad una nazione e l’amore per il proprio Paese possano prevalere anche sulle diverse ideologie politiche, persino ad una settimana dalle elezioni presidenziali.

In Italia il senso di appartenenza si è ormai perduto e ad ogni consultazione elettorale ci si appiglia ad un partito o a un movimento basandosi sulla logica del “meno peggio” senza convinzione né passione politica. Qui chi vince le elezioni sventola una bandiera di partito e chi perde grida ai brogli elettorali, mercoledì mattina negli Stati Uniti, invece, ho visto sventolare nell’aria solo i colori della bandiera americana e ho sentito, nel 2008 come nel 2012, il candidato che ha perso dire parole come queste: “Invito tutti gli americani che mi hanno sostenuto a unirsi a me non solo nel congratularsi con Obama ma nell’offrire al prossimo presidente la nostra buona volontà e il più grande sforzo per unirci. Quali che siano le nostre differenze, siamo tutti americani” (John McCain, 5 novembre 2008).

Molti di noi si vergognano di essere italiani a causa delle malefatte della nostra classe dirigente ormai arrivate ad un tale livello di squallore da suscitare persino ilarità negli altri Paesi del mondo che ci vedono scivolare nel baratro della classifica dell’Ocse sui Paesi più corrotti al 69° posto con Ghana e Macedonia. A prescindere dai risvolti sullo stato d’animo dei cittadini italiani, tutto questo è pericoloso in quanto ci colloca in una posizione di isolamento culturale senza precedenti: mentre Francia, Maryland e Maine dicevano sì ai matrimoni tra omosessuali, il nostro Parlamento respingeva per l’ennesima volta la legge sull’omofobia (col voto contrario di Lega, Pdl e Udc).

Siamo arrivati ormai ad un punto in cui abbiamo non solo perso la nostra identità nazionale, ma soprattutto la speranza di ricominciare e un Paese che non sa sognare è un Paese senza futuro.

Martina Di Gianfelice