Da oggi tacciano le chiacchiere e parlino i film”. Così il presidente Paolo Ferrari apre la settima edizione del Festival di Roma, in programma fino al 17 novembre all’Auditorium. E il neo direttore Marco Mueller ricorda che “un festival è come un film: un’opera collettiva”. Biglietti – 15%, accrediti + 30%, ma appunto parliamo di film: l’apertura fuori concorso Waiting for the Sea del tagiko Bakhtiar Khudoijnazarov e il primo titolo del concorso, Lesson of the Evil di Takashi Miike. Per entrambi, pollice verso.

Dov’è finito il mare, si chiede il regista tagiko? Se l’è mangiato una tempesta di sabbia – il Lago d’Aral che tra ’60 e ’90 è diventato quasi una pozza – e un villaggio si secca. L’unico a non mollare è il capitano Marat (Egor Beroev), che in quella tempesta ha sacrificato l’equipaggio e la sua amata. Ma non si dà per vinto: argano alla mano, la trascina verso quel che resta del mare. Impresa disperata, e film disperante, nonostante Khudoijnazarov, avesse girato il folgorante Luna Papa del 2007. Qui tutta un’altra musica. Gestazione lunga e tormentata, complice la nave da spostare con titanico sforzo, si potrebbe pensare a Fitzacarraldo di Herzog, ma qui non c’è la montagna, bensì la calma piatta del deserto: l’ascensione mancata non interessa solo la storia, ma il racconto, perché si rimane in impaziente attesa di un colpo di scena, di un sussulto di orgoglio (registico). Nulla, solo distese di sale, relitti nautici, cammelli, treni, cavalli, vecchi e vecchie, e belle immagini da far invidia al National Geographic.

Buone nuove nemmeno dal Sol Levante, con Lesson of the Evil, tratto dall’omonimo romanzo di Yusuke Kishi. E’ il contraltare nipponico delle stragi Usa di Columbine & Co., dove a far fuoco sono gli studenti: qui lo schizzato è il professor Seiji Hasumi, che il registro scolastico non lo spunta per sincerarsi delle presenze, bensì per decretare le assenze definitive. Carneficina, una furia omicida totalizzante, quanto poco “motivata”. Turbe e tare infantili, si suppone, ma davvero il cotè psicologico è questo sconosciuto. Prolifico come pochi e ondivago negli esiti, Takashi Miike ci consegna qui il suo lato B: film dichiaratamente di genere e a basso budget, con ottime maestranze per il plasma e i suoi derivati e regia di solido mestiere, ma null’altro. Fosse stato diretto da un altro questo teen-horror sarebbe certamente finito nelle cosiddette sezioni di Mezzanotte, ma il nome paga: Takashi Miike è in Concorso.