Non si può ammettere ufficialmente, ma il governo Monti tifava per Barack Obama. E, dopo i Democratici americani, i tecnici italiani sono i più soddisfatti di come sono andate le elezioni. Nella lettera che Mario Monti ha scritto al presidente rieletto ha aggiunto a penna un richiamo alla “particolare sintonia che si è venuta creando a livello personale, così come tra i nostri due governi”.

A Palazzo Chigi vedono anche una sfumatura italiana in quel 303 a 206 di Obama: se la crisi dell’euro fosse deflagrata nel pieno della campagna elettorale, il contagio sarebbe stato immediato, la disoccupazione americana non sarebbe migliorata in modo miracoloso (e statisticamente un po’ disinvolto) a settembre e forse avrebbe vinto Romney con lo slogan “non vogliamo finire come l’Italia”. Da un lato Obama ha sostenuto Mario Monti e il suo tentativo di rompere l’asse Merkozy (anche perché l’Italia senza Berlusconi era l’unico interlocutore possibile), dall’altro la politica monetaria espansiva della Federal Reserve di Ben Bernanke ha agevolato l’impresa di Mario Draghi di spingere la Bce su posizioni interventiste opposte all’immobilismo richiesto dalla Germania.
Non solo: nella fase di panico della fine del 2011, quando Obama iniziava a programmare la campagna elettorale mentre l’euro collassava, a Washington si sono convinti che il modo per evitare il contagio fosse rafforzare le istituzioni europee. Di questo hanno parlato tante volte l’ambasciatore a Roma David Thorne e il ministro per gli Affari europei Enzo Moavero, ambasciatore a Bruxelles di Monti.

E con l’Obama bis cosa succederà?

In teoria il presidente rieletto non ha più bisogno dell’Europa come prima. E potrebbe smettere di preoccuparsi dell’Atlantico per tornare a quel Pacifico a cui lui, nato alle Hawaii, appartiene naturalmente. Il rinnovo del comitato centrale del Partito comunista cinese, oggi a Pechino, avrà ripercussioni più profonde sulla presidenza Obama delle elezioni italiane di primavera. Il timore, però, non è tanto che Obama smetta di essere parte della soluzione del problema europeo, ma che contribuisca ad aggravarlo. Ieri l’agenzia di rating Fitch ha annunciato che potrebbe togliere la tripla A al debito americano se a dicembre non si troverà una soluzione convincente al fiscal cliff: a gennaio scadono i tagli alle tasse voluti a suo tempo da George W. Bush e prorogati da Obama, con il compromesso di una clausola di salvaguardia (cioè il taglio automatico di oltre mille miliardi di spesa pubblica). La combinazione tra tagli e nuove tasse potrebbe abbattere il Pil americano del 3 per cento.

In campagna elettorale Obama si è impegnato a trovare un “grand bargain”, un compromesso con i Repubblicani da 4 mila miliardi, tra riforma del fisco e delle spese. Ma come ha ricordato ieri l’influente gestore del fondo Pimco, Mohamed El-Erian, “c’è solo il 60 per cento di probabilità che si arrivi all’accordo. E se qualcuno vi dicesse che un’auto ha il 40 per cento di probabilità di fare un incidente, voi ci salireste?”. Quando i mercati hanno visto i risultati delle elezioni per la Camera dei rappresentanti, maggioranza ai Repubblicani di 233 contro 192, hanno iniziato a scommettere sul probabile caos dovuto al gridlock, lo stallo istituzionale. Borse in calo, spread sui titoli di debito pubblico in salita (Milano ha perso il 2,5 per cento).

Il rischio, insomma, è che come nel 2007 siano i problemi americani ad agitare la finanza internazionale, destabilizzando anche l’Europa o quel che ne resta. Mario Draghi avverte che la recessione sta contagiando la Germania, la Commissione europea presenta le previsioni autunnali sulla crescita. Poco allegre per l’Italia: Pil a -2,3 per cento nel 2012 e -0,5 nel 2013.

Quello su cui scommettono a Palazzo Chigi, però, è che proprio perché Obama avrà tutti questi problemi interni dovrà cercare qualche successo internazionale. Per esempio avviando i negoziati per un trattato di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti di cui si discute da anni ma che ora, con la stasi ormai decennale della Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio), è sempre più urgente. Nella speranza di creare posti di lavoro.

Di certo il ruolo di Monti non cambia e le sue possibilità di fare il bis al governo, partiti permettendo, crescono ancora con il sostegno americano. Lo scontro violentissimo sul budget comunitario per il periodo 2014-2020 sta creando una frattura profonda tra Gran Bretagna e Germania, spingendo Londra ancora più lontano dal cuore dell’Unione. La Francia resta poco affidabile – fragile sui dossier economici, troppo autonoma su quelli militari – e la linea della Merkel è considerata sbagliata. Non parliamo della Spagna, dal punto di vista strategico appena più rilevante della Grecia.

Resta solo l’Italia e Obama di certo farà il possibile per evitare che precipiti in una paralisi politica. Nei corridoi del governo amano evocare la famosa battuta di Henry Kissinger: “Obama ha trovato il numero di telefono dell’Europa”. E ha il prefisso di Roma.

Twitter @stefanofeltri