Mercoledì, verso le sei del pomeriggio, Il Secolo XIX mi propone di commentare le elezioni americane. Deglutisco – la mia massima ambizione, sinora, era commentare il festival di Sanremo – e in un unico interminabile attimo penso: che non sono né americanista né americanofilo; che so poco e niente di geopolitica e ancor meno di economia; che mi trovo all’università, armato solo del mio computer; che la giornata è stata pesante, e non ho ancora avuto il tempo neppure per sbirciare il sito di un quotidiano; che alle otto di sera devo aver finito, anche perché, dopo, la vigilanza mi sbatte fuori o mi chiude dentro, a piacere. Eppure, finito l’attimo, rispondo sventatamente di sì.

Mentre apro febbrilmente i vari siti, mi torna in mente il libretto di Pierre Bayard comprato dopo una zuffa con i lettori di questo blog, libretto intitolato Come parlare di un libro senza averlo mai letto, e mi metto a commentare il discorso di Obama, di cui ho sentito solo l’inizio in televisione, la mattina e da sotto la doccia. Adotto il metodo Stanislavsky, immedesimarsi nel personaggio, m’immagino cosa avrei scritto io se fossi un ragazzo nero che è diventato professore con le borse di studio, e Presidente degli Stati Uniti con il lavoro di migliaia di militanti, e scrivo che è stato il discorso più bello della sua carriera politica, una cosa da lucciconi agli occhi. Poi mando il pezzo al giornale, confidando nella redazione per la correzione dei principali errori, e via, a festeggiare la rielezione nella rapinosa notte triestina.

Cosa poi sia uscito non lo so ancora, a Trieste Il Secolo non arriva, ma so che appena salito sul treno per tornare a casa finalmente ho potuto aprire il giornale, leggere il discorso di Obama tutto d’un fiato e mettermi a piangere come un vitello, peggio, come la ministra Fornero dopo aver scippato stipendio e pensione agli esodati. Perché c’era tutto, tutto quello che avevo immaginato la sera prima, l’America aperta ai sogni degli immigrati, e Michelle, e la bambina con la leucemia curata solo grazie all’assicurazione sanitaria pubblica, tutto quello che avrei scritto io se fossi stato lui, solo che lui l’ha detto infinitamente meglio.

Ora, adesso non so se sia stato davvero il suo discorso politico migliore, per saperlo dovrei aver letto tutti gli altri, o non averli letti, chissà, lo chiederò a Bayard, se mai mi capita di incontrarlo. Non so neppure se sia vero che il meglio di Obama deve ancora venire, a occhio e croce direi di non farsi illusioni, ci sarà tantissimo da lavorare anche solo per restare all’altezza del discorso di Chicago. L’unica cosa di cui sono certo è che lì c’è il programma della sinistra del Duemila, di quell’arcobaleno di minoranze che è già oggi, e non solo in America, la maggioranza del futuro.