In Campania e principalmente nel casertano il patto tra camorra e politica per la gestione degli appalti è sempre forte e in salute. Talmente solido che nemmeno la notizia, e l’ampia eco mediatica, dell’arresto di un consigliere regionale con accuse di collusioni coi clan casalesi è in grado di provocare una “delegittimazione sul piano politico e istituzionale” del consigliere in questione che sia sufficiente ad impedirgli di reiterare la condotta criminale. Lo sostiene la Dda di Napoli in un ricorso depositato in Cassazione, ricordando che “continuano a operare in sedi politiche e istituzionali di elevato livello: un parlamentare destinatario di due ordinanze di custodia cautelare per reati di criminalità organizzata – l’on. Cosentino – un ex consigliere regionale condannato per concorso esterno in primo grado (Roberto Conte, ndr), sindaci indagati per partecipazione ad associazione mafiosa, tutti sempre con riferimento allo stesso clan dei Casalesi”.

E’ tutto scritto nel durissimo ricorso a firma dei pm della Dda Antonello Ardituro e Marco Del Gaudio contro la scarcerazione di Enrico Fabozzi, ex sindaco di Villa Literno (Caserta), dal 2010 consigliere regionale eletto nella lista Pd. Fabozzi, arrestato nel novembre 2011 e poi rinviato a giudizio, è stato recentemente liberato su decisione del Riesame di Napoli dopo quasi un anno di prigione. In diverse e successive tappe giudiziarie, con rimpalli tra Riesame e Cassazione, si è ritenuto insussistenti i gravi indizi di colpevolezza per Fabozzi nei diversi capi d’accusa dell’ordinanza cautelare e del rinvio a giudizio. Così Fabozzi sta per essere reintegrato in consiglio regionale. Nel frattempo ha lasciato il Pd per il gruppo misto. Il 21 novembre a Santa Maria Capua Vetere inizierà il suo processo.

Il quadro disegnato dalla procura napoletana è sconfortante: a Gomorra – dove i clan non fanno distinzioni tra centrodestra e centrosinistra, purché i referenti politici garantiscano loro favori, assunzioni e appalti – il concetto di riprovazione sociale non esiste più, non è un deterrente. “Sbaglierebbe quindi il Riesame a motivare la scarcerazione di Fabozzi anche con la presunta “delegittimazione politica” suscitata dal notevole risalto che giornali e tv hanno dato alla sua vicenda”. Ed infatti i politici indagati e imputati di collusioni camorristiche continuano a fare carriera, a vincere elezioni, a conquistare scranni. E’ nei fatti, ormai. Ora queste riflessioni si ritrovano riassunte anche in un atto giudiziario.

Ad accrescere lo sconforto c’è anche la valutazione dei pm secondo i quali sarebbe ancora “stabile” e in vigore il patto stipulato nel 2003 tra Fabozzi e i clan. Un patto che avrebbe consentito al politico casertano di diventare due volte sindaco in quota Ds, acquisire peso e importanza nello scacchiere politico locale e provinciale, fino ad essere eletto alle ultime consultazioni regionali. Un accordo che si sostanziava nell’indicazione di un’impresa, la “Malinconico”, ritenuta di riferimento della camorra, alla quale affidare una commessa di quasi 14 milioni di euro. L’imprenditore – che ha chiesto il giudizio abbreviato – avrebbe contraccambiato finanziando le iniziative e le campagne elettorali di Fabozzi, e persino il ricorso (vincente) al Tar nel 2009 contro lo scioglimento del Comune di Villa Literno per infiltrazioni mafiose.

I processi faranno chiarezza, Fabozzi gode giustamente della presunzione d’innocenza e secondo collegi formati da più magistrati merita di affrontare il suo dibattimento da uomo libero. Ma i pm non sono d’accordo. E non vogliono che la sua scarcerazione sia accompagnata da affermazioni errate. Tra le motivazioni adottate dal Riesame c’è infatti quella che l’indagato ha dismesso tutte le cariche istituzionali. Peccato che non sia vero: Fabozzi non si è mai dimesso, è rimasto ‘sospeso’, e la settimana prossima verrà reintegrato in consiglio regionale secondo le procedure di rito.