Verso la fine della nostra lunga conversazione approdiamo quasi naturalmente, oserei dire, a Stan Brakhage ed al modo in cui i Text of Light di Lee Ranaldo, Christian Marclay, Alan Licht, DJ Olive hanno sonorizzato dal vivo alcuni dei suoi lavori come Dog Star Man e Text of Light, per l’appunto. Alcune delle pellicole tratte dall’archivio di Home Movies utilizzate da Francesco Serra, in arte Trees of Mint, hanno rievocato nella mia mente liaisons decisamente materiche con le sperimentazioni del grande filmmaker americano e lui mi conferma che adora Brakhage e che sente grande affinità a livello emotivo con lui. Non solo: il mio interlocutore, che è sardo, mi fa notare argutamente che se ho collegato la sua musica a quella di qualche band australiana forse non è un caso. Pur se agli antipodi anche i Dirty Three o gli Hungry Ghosts sono in fondo isolani come lui, ed anche loro, come per osmosi, hanno interiorizzato i ritmi espansi, rarefatti, eterei e fluttuanti dei grandi spazi aperti e desertici della loro terra.

Lunedì 5 novembre esce ufficialmente per Parade, ottima collana della Trovarobato in cui trovano spazio produzioni più ardite ed un po’ meno pop come Der Maurer ed Hobocombo, il nuovo omonimo album di Trees Of Mint. Se i riferimenti del suo lavoro d’esordio uscito nel 2008, micro meadow, mi paiono maggiormente riconducibili ad autori come Dave Fischoff, Elliott Smith, Smog, Silver Jews, Karate, The Van Pelt, American Analog Set e a tutto il post-rock di matrice slintiana emerso da Louisville, per il nuovo album scomoderei soprattutto l’influenza esercitata dalla tradizione dei grandi chitarristi sperimentatori da John Fahey a Loren Mazzacane Connors ed Alan Licht passando per la frontiera desolata di Friends of Dean Martinez ed Hungry Ghosts. Si badi bene: faccio qualche nome soltanto per tracciare un paio di coordinate che aiutino a collocare a grandi linee l’opera di questo musicista, il quale peraltro, dopo la nostra lunga chiacchierata, si rivela come ampiamente previsto personalità sfaccettata, sincera e sensibile. I dischi di Francesco Serra, per quanto piuttosto differenti tra loro, costituiscono ascolti preziosi e l’ennesima conferma che Bologna è ancora rifugio ed humus fertile per molti artisti che meritano di essere portati alla ribalta su un proscenio più ampio. 

Quasi vent’anni or sono i britannici Moonshake pubblicavano il classico album The Sound Your Eyes Can Follow ovvero “il suono che puoi seguire con gli occhi”. Ecco, questo è il sottotitolo più appropriato a quest’intervista. Un paio di bicchieri di vino rosso e molte parole dopo…

Un momento chiave della vita di Francesco Serra che ha inciso in modo decisivo sul suo background musicale. Quale?

Lasciare la Sardegna per venire a Bologna è stato decisivo sullo sviluppo dello stile e del mood di tutto ciò che ho fatto. La nascita di Trees Of Mint coincide infatti con la mia partenza da Cagliari e a questo proposito c’è un video del 2004 girato in super 8 ed intitolato Heroes Feel Alone da cui emerge chiaramente questa sensazione di distacco. Sull’isola suonavo con una band ma siamo stati costretti a scioglierci nel 1999 quando sono partito. Con me ho portato solo la mia chitarra. Iniziare a suonare soltanto in cuffia, a volumi molto bassi, ha portato a galla sfumature che in sala faticavano ad emergere. Questa prospettiva d’ascolto molto diversa ha conferito ai pezzi toni più pacati ed intimi e dunque molti dei cambiamenti sono stati dettati più dalla necessità che da una vera e propria pianificazione. La Sardegna è una presenza molto importante nella mia musica, influisce sul mio modo di comporre e sul mio immaginario. Mi capita di tornarci e passare dei periodi vagando in giro, fuori città: vedo paesaggi, grandi spazi, e quando torno qui ci ripenso ma i ricordi vengono sfasati dalla distanza e trasfigurati e mescolati ad altre sensazioni.

Ricordo una recente ottima esibizione live di Trees Of Mint al Locomotiv in apertura al concerto degli OM. Quale strumentazione viene adoperata attualmente?

Utilizzo una chitarra Fender Jaguar, un’amplificatore Roland Jazz Chorus 120, pedali EQ Boss GE-7, un distorsore RAT, un pedale per volume Ernie Ball, un delay Memory Man ed una loop station Boss RC 20. Posso dire che in generale mi interessa ottenere un suono il più crudo possibile.

La musica di Trees Of Mint è molto suggestiva ed è diventata assolutamente adatta alla descrizione sonora di immagini filmiche. Qual è il ruolo di Francesco Serra nell’ambito di Home Movies, l’Archivio Nazionale del Film di Famiglia, e quale il rapporto con le arti figurative? Mi pare che in generale tutto l’immaginario visivo sia molto importante per Trees Of Mint.

E’ uno dei miei tratti distintivi ed infatti anche il nome Trees Of Mint è una sorta di sinestesia che esprime un odore, un colore ed un sapore ma al contempo è anche un’immagine piuttosto inverosimile. Ad Home Movies sono arrivato con un tirocinio ed ora mi occupo di sonorizzazioni e di trasferimento dei filmati da pellicola a file digitale (8 mm, super 8 e 16 mm ovvero i formati sub-standard, quelli che stanno sotto i 35 mm del formato cinematografico) ovvero ciò che in gergo si chiama telecinema. Ci sono due tipologie base di sonorizzazione delle pellicole ed in quest’ambito decido sulla base del mio gusto e della mia sensibilità: da un lato vi sono interventi più discreti, in cui si cerca di non alterare il filmato, che servono soltanto ad eliminare il senso di vuoto assecondando in modo subliminale la visone. D’altro canto si può invece esaltare il gioco tra i due linguaggi, amplificando con il suono la forza espressiva delle immagini: immagini di forte impatto a livello visivo come ad esempio quelle dei carri del carnevale di Viareggio che abbiamo utilizzato per il progetto di live-cinema Paper Mache nell’ambito di Netmage 11.

Se facciamo riferimento al nuovissimo video di pt.2, una delle tracce contenute nel nuovo album, parliamo proprio di questa seconda opzione mi pare…

Sì. Quella è la prima bobina che ho telecinemato e mi ha subito colpito per gli effetti visivi caratterizzati dalle muffe e dall’emulsione. Ho fatto di tutto per averla ed ho cercato di rispettare il più possibile il montaggio fatto dal cineamatore. Non ho cercato la sincronizzazione, sono semplicemente due linguaggi che talvolta si intersecano ed interagiscono in modo sorprendente: talvolta il ritmo delle riprese è sinuoso mentre in altri momenti le muffe della pellicola si inseriscono in modo violento creando particolari relazioni e sovrapposizioni audiovisive.

Un’opinione sulla sonorizzazione live di opere cinematografiche d’epoca, in particolare di film muti, che sono state realizzate da diverse formazioni di area rock e post-rock come ad esempio Massimo Volume (La caduta della Casa Usher, Jean Epstein, 1928), Gatto Ciliegia Contro il Grande Freddo (Dans La Nuit, Charles Vanel, 1930), Giardini di Mirò (Il fuoco, Giovanni Pastrone, 1915)?

Nei casi specifici non saprei dare un giudizio perché non ho assistito a queste esibizioni. Ad ogni modo la differenza è che qui parliamo di film pensati per il cinema e pronti ad affrontare il grande pubblico. Quando invece tratti materiale privato devi considerare molti aspetti in più perché il cineamatore tende naturalmente ad esporsi e devi stare attento a non violare la sua sfera intima. La sonorizzazione è ovviamente una pratica che non è nuova per il cinema: il rischio più concreto è però che i film diventino dei visual e dunque occorre una notevole attenzione poiché quando accosti la musica alle immagini si crea una sorta di effetto risonanza.

C’è stato un notevole cambiamento dal cantautorato folk, indie, post-rock di micro meadow ai lunghi strumentali che costituiscono il nuovo omonimo album che viene pubblicato oggi. Cos’è successo in questi anni intercorsi tra un’opera e l’altra?

Il nuovo disco è stato registrato da Mattia Coletti nelle Marche, in una stanza ampia e dal soffitto alto con molto riverbero, senza poi intervenire sul suono in fase di mix affinché si potessero cogliere tutte le sue naturali sfumature. Ho sempre voluto fare un disco così ed alcune cose che sono finite nel nuovo album le avevo già in testa nel 2009, all’epoca di micro meadow. Generalmente mi lascio trasportare molto da ciò che accade e non parto da un’idea rigida: col passare del tempo mi rendevo conto che cantare su parti di chitarra era divenuto limitante e scomodo ed ho scelto di esplorare il versante di quello che è lo strumento con cui mi sento più a mio agio ovvero la chitarra. Tra tutti i nomi che citi apprezzo moltissimo Loren Mazzacane Connors ed è l’artista che sento più vicino: di lui mi piace il fatto che è molto umorale, che parte da una vena blues che poi quando suona spesso si perde.