Ospito volentieri un intervento di Milano in Movimento sul grande affare dell’Expo milanese: un grande affare per pochi, un grave danno per la collettività.

Venerdì 26 ottobre il collettivo Off Topic, il Comitato No Expo e il Centro sociale ZAM hanno presentato il dossier “Exit Expo 2015”, realizzato e diffuso in alcuni specifici eventi (tra cui il Climate Camp e alcuni incontri in università’) già da molti mesi.
Il rapporto, esaustivo e interessante, analizza, passo per passo, non solo l’essenza e la storia degli Expo comparando le esperienze nei diversi paesi, ma anche gli elementi di criticità e ambiguità che ne hanno caratterizzato, e ne caratterizzano, l’esperienza milanese degli ultimi anni.

Per acquisire una visione diversa rispetto all’immaginario collettivo di sviluppo e opportunità che le istituzioni milanesi e lombarde hanno creato su Expo, e’ importante considerarne gli elementi caratterizzanti e costitutivi.
Expo è in primo luogo un mega evento, di rilevanza e risonanza pari alle Olimpiadi e ai Mondiali di calcio, e che porta con se, similmente agli altri due eventi, diversi aspetti ambigui e dalle molteplici conseguenze economiche, politiche e sociali.

Il primo è il fenomeno di accelerazione dello “sviluppo” (spesso urbanistico), giustificato dall’emergenza dell’appuntamento e dall’assunzione di impegni internazionali inderogabili: fenomeno che diviene una giustificazione per una prassi di gestione eccezionale, nella quale saltano le regole della società civile, si evitano i controlli, e si può facilmente nascondere illegalità, mancanza di trasparenza, scorrettezza nei confronti dei diritti, delle istanze della società civile o dell’ambiente.

La questione ambientale è centrale e sempre connessa all’essenza dei “mega eventi” come Expo, che portano alla creazione e all’aumento vertiginoso dei fenomeni di urbanizzazione e di aumento delle infrastrutture, mettendo in secondo piano sostenibilità, qualità della vita e reali esigenze dei cittadini. Dietro l’apparente trasformazione, o riqualificazione di un solo quartiere (a Milano, l’area della Ex Fiera e l’area di Rho) si nasconde in verità la trasformazione e soprattutto un nuovo modo di gestione dell’intero territorio urbano ed extra urbano. L’impatto di Expo passa dai cantieri del centro alle periferie, fino ad arrivare alle aree di campagna toccate dalle nuove infrastrutture, passando per le cascine e per gli spazi abbandonati dislocati in diverse parti della città e dell’hinterland.

Particolarmente interessante e meritevole di riflessione è lo spostamento della percezione di EXPO da “evento” a “modalità di governo” della città di Milano: riflettendo sulle nuove modalità di gestione della vivibilità e della politica urbana e socio economica del nostro territorio infatti, risulta evidente come EXPO diventi un’ottima scusa per normalizzare ed abituare la cittadinanza a nuove prassi urbane, abitative e di diritti.

Così, sotto il “marchio” di un Expo votato alla sostenibilità ambientale (il tema scelto per il 2015 è talmente contraddittorio da risultare ridicolo, soprattutto nel contesto milanese), le istituzioni mettono a bando (le cui regole e l’eleggibilità dei soggetti ammissibili non risultano chiare) i propri spazi abbandonati, concedendo il “diritto” di ristrutturare a proprie spese le cascine abbandonate, per farci servizi che dovrebbero invece essere garantiti dal Comune, e finanziati dalla Regione e dalle istituzioni. Similmente, al diritto alla casa (in questi giorni calpestato dagli stessi soggetti politici che dovrebbero garantirlo) viene proposto l’Housing Sociale, nuova forma privata di investimento edile, presentata come soluzione a tutti i problemi abitativi ma in realtà molto poco efficace dal punto di vista della risposta ai bisogni.

In aggiunta a tutti questi elementi, non si può infine prescindere dalla contestualizzazione del fenomeno Expo nella realtà politica lombarda, che proprio negli ultimi mesi sta emergendo sotto gli occhi di tutti nella sua corruzione, mala gestione e intreccio con la criminalità organizzata.

Da più di un anno sono sorti comitati di contestazione contro la TEM (la nuova tangenziale di cui nessuno, a parte i costruttori, sembrano avere davvero bisogno) e contro la CMC, colosso dell’edilizia coinvolto in svariate operazioni ad alto impatto ambientale e sociale, e vincitrice di un grande appalto per Expo. I comitati denunciano a gran voce non solo gli impatti sociali, economici e ambientali delle grandi opere, ma anche la scarsa trasparenza e la palese corruzione e speculazione dietro agli appalti, alla gestione dei lavori e ai profitti che ne derivano.

Additati come facinorosi, reazionari e contestatori ad ogni costo, i comitati hanno avuto scarsa visibilità sui media e nessuna considerazione da parte delle istituzioni locali: riflettendo invece sul fenomeno Expo nel suo insieme e sulle operazioni di consenso e di governo che lo sorreggono risulta chiaro come le istanze portate avanti da questi movimenti siano una voce fondamentale a difesa del diritto alla vita e all’autodeterminazione della nostra società civile, ormai stritolata e oscurata dalla falsa immagine di sviluppo che le è stata imposta.