Ilva, protesta del Comitato Liberi e PensantiVolevo scrivere una canzone e per un attimo ho provato a calarmi nei panni di Emilio Riva e sono stato male: credetemi mi sono sentito come Dio quando seppe che era la Terra a girare intorno al Sole e non viceversa.

Sì, ho detto Dio e non l’ho evocato per blasfemia ma perché è così che si sentivano i Riva quando mettevano piede a Taranto. Anche loro sentivano la puzza e il gusto dei veleni amari sul palato e sotto la lingua ma non avevano paura di morire perché gli dei non muoiono mai!

Muoiono gli operai per aver respirato troppo durante le colate, muoiono le mogli per aver lavato le tute blu infettate dai mariti, muoiono i figli per aver ereditato un Dna talmente precario che in alcuni casi si spezza prima della pubertà. Muoiono le pecore e le cozze, i pesci sprofondano all’inferno e gli uccelli non troveranno mai più il cielo.

Anche la rassegnazione appena ha potuto è scappata via. “Mica sono scema…” – avrà pensato – “Cambio aria, qui non c’è più posto per me…”.

E così è stato: appena la rassegnazione ha sbattuto la porta sulla città ionica sono caduti tutti i ruoli convenzionali e la natura ha imposto nuovi esseri umani con un patrimonio genetico modificato, capace di conferire intransigenza e nuove aspirazioni verso una città che tutto poteva, tranne che ridursi alla mercé di alcuni pazzi che fingono di essere Dio.

Così è cambiata Taranto. E’ cambiata perché i numeri valgono più delle ideologie, del capitalismo e di quel Dio denaro che ai tarantini non si è mai rivelato.

Sono i numeri a muovere l’Apecar dei “Lavoratori e Cittadini liberi e pensanti” o dei ragazzi del rione Salinella che con l’associazione “Ammazza che Piazza” intendono tenere pulita la città affinché ritorni ad essere bella, ricordando a tutti che il bello per esistere si deve vedere, altrimenti il brutto ci divorerà!

I numeri assillano la vita dei tarantini perché il benzo(a)pirene, il C02, la diossina e tutti gli altri agenti patogeni devono essere tradotti in numeri per essere compresi. E allora sì che avrai paura, perché quei numeri li hai nel sangue e sono più forti di te, dei tuoi anticorpi, della chemio e dello Stato che non ti tutela e solo allora comprenderai che per superarli ci vuole una vita intera. La tua vita.

Promisero ai nostri padri che il centro siderurgico avrebbe portato nella città ricchezza e tecnologia, elevando Taranto ad “area metropolitana dello Jonio” e che intorno all’Ilva sarebbero nati poli universitari, centri di ricerca e sviluppo capaci di attingere dal futuro per restituire al territorio conoscenze tecnologiche tali da trasformare il sud più misero del paese in avanguardia europea. Amen.

Tutte bugie. Lo sanno in tutto il mondo che qui sono cresciuti solo i tumori e ancora una volta i numeri ci segnalano che negli ultimi decenni gli indicatori sociali della capitale della Magna Grecia giacciono costantemente in coda alle classifiche (la classifica del Sole 24 Ore del 2011 pone Taranto al 100° posto su 107 città italiane). Sorge spontanea una domanda: a chi ha giovato questa esperienza industriale? Risposta: solo ai Riva.

Non a caso sentirete parlare di Taranto solo per colpa di strane e impronunciabili neoplasie o a causa delle povere cozze alla diossina, oppure in occasione di qualche sparatoria tra boss della Sacra Corona impegnati a spartirsi gli appalti pubblici. Non sentirete mai parlare di una città ricca, pulita e vivibile perché la promessa non è stata mantenuta e oggi sappiamo bene che non c’è stata mai nessuna promessa, semmai siamo stati venduti al peggior offerente: i Riva appunto.

Del piano di ristrutturazione aziendale c’è poco da dire. Qualcuno si ostina a sostenere che un impianto ormai vecchio di cinquanta anni come l’Ilva può essere messo in sicurezza permettendo di produrre senza inquinare. Solo che non ci dice quando intende intervenire e non ci spiega neppure come faranno a implementare le tecnologie attuali su un impianto inaugurato da Saragat il 10 aprile del 1965, e capirete anche voi che nessun imprenditore sano di mente spenderebbe miliardi per migliorare un’acciaieria costruita nel secolo scorso e prossima alla demolizione.

Intanto le istituzioni (o chi ne fa le veci) non danno risposte valide sul futuro della città, mentre le domande dei cittadini sono chiare e concise: bonifica del territorio e risarcimento dei danni verso le cose e le persone. Chi ha danneggiato deve pagare e basta. E’ fin troppo semplice, non vi pare?

Per il momento l’unica certezza per Taranto è che potrà rinascere solo se tornerà a vigere la legalità negata in questi tristi, maledetti e sporchi cinquanta anni.
Oggi gli spartani hanno riconquistato Taras e intendono ricostruirla a modo loro: senza il bisogno di inutili assistenzialismi ma con i soldi di chi gli ha devastato l’esistenza.
Perché è così che deve andare a finire: chi ha sbagliato deve pagare caro. Nessuno deve più permettersi di far ammalare i bambini! Nessuno deve più permettersi di ricattare una città con un impiego in cambio di un tumore.

Mai più.

di Nandu Popu