Nell’agosto 2008 mi trovavo per caso a Denver durante la Convenzione democratica. Ricordo una simpatica e movimentata kermesse nel corso della quale il popolo statunitense dette il meglio di sé, che non è poco. Un giovane agit-prop democratico mi si avvicinò e, compreso che ero europeo, mi tesse on the spot un sincero elogio del nostro continente. Non so se, a soli quattro anni di distanza, meriterei in quanto europeo tante lodi, alla luce della pessima figura fatta dall’Europa germanocentrica e schiavizzata dal pareggio di bilancio di fronte alla crisi. 

Qualche giorno più tardi ascoltai in diretta il discorso di investitura di Obama, in un appartamento del Bronx a New York insieme al mio amico Victor Toro Ramirez detto Melinka, già mitico dirigente del Mir cileno, decretato morto dal regime di Pinochet e oggi a rischio di espulsione dagli States  e da molti anni organizzatore infaticabile, con la sua compagna Nieves, delle più svariate lotte e iniziative culturali  svoltesi sotto il cielo della Grande Mela, da quelle degli immigrati garifuni (honduregni anglofoni della Costa atlantica), a quelle degli indocumentados messicani e di altra provenienza, dai poliziotti gay e lesbiche ai giovani che volevano uscire dalla logica delle pandillas impegnate in un’insensata guerra le une contro le altre, a tante altre interessanti realtà. “Un buon discorso”, disse Melinka, e non è certo tipo dagli entusiasmi facili. Devo ammettere che anche a me quell’Obama piacque.

A quattro anni di distanza non si può certo dire però che il bilancio della sua presidenza sia stato positivo. Sul piano interno, molte delle promesse fatte sulla necessaria regolamentazione della finanza sono rimaste a mezz’aria. Così come non è stata avviata la necessaria ridistribuzione del reddito e non è stata attuata in forma soddisfacente la difesa delle classi meno abbienti vittime principali della crisi. C’è da temere che questo sarà il principale motivo di un’eventuale sconfitta di Obama, e cioè la sua incapacità di mobilitare i settori popolari, che pure negli Stati Uniti esistono e la cui povertà sta aumentando, a difesa di un modello di riforma sociale. Attuando per certi versi, il paragone non sembri irriverente (per Chavez), una politica analoga a quella che ha consentito a Hugo Chavez di trionfare ancora una volta nelle recenti elezioni presidenziali venezolane.

Non so come la pensi oggi Melinka, anche se sospetto che, al pari di molti altri, sia fortemente deluso da Obama. Io, da spettatore esterno, mi auguro, che, nonostante le promesse mancate e nonostante la sua debolezza, Obama torni a vincere e possa, nel corso di un secondo mandato, anche se segnato negativamente dalla maggioranza delle forze conservatrici nel Congresso, fare qualcosa di concreto per salvare la democrazia statunitense oggi a rischio di fronte all’offensiva spietata dei ricchi e della finanza, che vorrebbero liquidare le ultime vestigia dello Stato sociale costato anche al popolo statunitense tante lotte e tanti sacrifici. Sconfiggendo il folle neoliberismo di Romney, che ha molti seguaci non dichiarati anche qui da  noi.

Bisogna augurarsi anche che, sul piano della politica estera, fondamentale per quella che resta una potenza imperiale che spende per le sue Forze armate più di tutti gli altri Stati del pianeta messi insieme, un Obama vincente per la seconda volta possa avviare politiche nuove e realmente di pace, che lo rendano, sia pure a posteriori, in qualche misura meritevole del Premio Nobel per la pace attribuitogli in modo eccessivamente frettoloso e a ben vedere del tutto immotivato qualche tempo fa.

Questo almeno sui seguenti tre terreni fondamentali:

a) l’insensata “guerra al terrorismo” che va chiusa, chiudendo anche Guantanamo e terminando la politica delle extraordinary renditions, dei droni assassini e della tortura;

b) una nuova politica di buon vicinato e cooperazione con Cuba e tutti i Paesi dell’America Latina, restituendo in particolare la libertà immediata ai Cinque eroi cubani ingiustamente imprigionati da oltre quattordici anni per aver combattuto il terrorismo contro il loro Paese e smettendo di attuare politiche di ingerenza e di organizzazione di colpi di Stato nell’area;

c) in Medio Oriente, avviando finalmente a soluzione la questione palestinese, con una politica coerentemente volta all’affermazione del principio dei “Due popoli, due Stati”, sanzionando se necessario Israele se quest’ultima continua ad espandere le colonie e a negare al popolo palestinese i suoi diritti più elementari.

Un libro dei sogni? Forse, ma non bisogna mai cessare di sperare che le forze vive e positive pur presenti negli Stati Uniti e capiscano finalmente la necessità di una nuova collocazione degli Stati Uniti nel mondo, riprendendo la parte migliore delle tradizioni politiche e culturali di quell’importante Stato e rinunciando all’imperialismo che non porta da nessuna parte.