Il governo dei tecnici – bontà loro – ha promesso di provvedere al rifinanziamento del fondo per i non autosuffcienti. Tutto questo, dopo che 50 malati si erano messi in sciopero della fame. E dopo una manifestazione – mercoledì scorso, davanti al Parlamento – di fronte alla quale, in un Paese civile, i nostri professori avrebbero dovuto scusarsi pubblicamente. C’erano anche un uomo travestito da boia e una ghigliottina esposta in piazza Montecitorio per spiegare cosa significano i tagli al welfare che affamano i servizi sociali. E poi i cartelli: “Conti a posto, miseria pure”; “3,5 milioni di poveri vi sembran poco?”. Chissà, e dire che di calcolatrici ne hanno, forse una anche al posto del muscolo cardiaco.

Qui però non è questione di buon cuore. Ci sono, già ora, i bimbi disabili che non possono andare a scuola perché mancano i servizi – dal pulmino agli insegnati di sostegno: e succede in tutta Italia, da Palermo a Napoli fino al Nord. Sono a rischio anche i servizi minimi per chi non può deambulare, per chi non può comunicare, se non attraverso il computer (oggi non lo paga lo Stato). Con molta determinazione le associazioni che si occupano di disabilità hanno fatto sentire la propria voce perché il Fondo sociale e il Fondo per la non autosufficienza vengano ripristinati. Il governo prende tempo, ma non rinuncia a investimenti vitali, come il Ponte sullo stretto: opera inutile, che non verrà realizzata mai, buona al massimo per una storia a fumetti con zio Paperone e Rockerduck.

Si discute in questi giorni la legge di stabilità: tra le ipotesi c’è quella di aumentare l’Iva sui servizi delle cooperative sociali dal 4% al 10% e di ridimensionare la deducibilità delle donazioni alle organizzazioni non governative. Invece i dieci miliardi (!) per gli F35, indispensabili caccia militari, non risulta siano in discussione. E milioni di euro di “rimborsi elettorali” si squagliano in ostriche, ville e viaggi…La non rassegnazione dei disabili passa anche per atti concreti, come i ricorsi ai tribunali dei singoli che vedono violati i loro diritti. Ricorsi che puntualmente vengono vinti. Anche perché la Costituzione protegge i diritti dei portatori di handicap (art 3: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”; art 38: “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. Inabili e minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale”).  

Ora, è insensato che questi diritti vengano assicurati da provvedimenti della magistratura e non dalle leggi. Ma ciò che è veramente agghiacciante è la ratio che sta dietro alla “spending review” delle diseguaglianze. Una sorta di darwinismo sociale travestito da “tagli”, spietato, incivile, umiliante. Una sorta di selezione naturale in cui sopravvivono i più forti o più ricchi. Siamo tornati a Hobbes o a Spencer: non facciamoci infinocchiare dai piagnistei di Elsa “choosy” Fornero.

Il Fatto Quotidiano, 4 Novembre 2012