Diteci che non è vero, qualcuno smentisca la notizia apparsa sulla Gazzetta dello Sport di sabato 3 novembre e che riportiamo di seguito: “Due allenatori di nuoto, un uomo di 52 anni ed una donna di 28, ed un loro giovane atleta avrebbero rapato a zero come a un ebreo“, un ragazzo di 11 anni , disegnando sul suo cranio una croce uncinata. La denuncia è partita dai genitori. Sarebbe stata una punizione per aver una brutta figura in una gara disputata lo scorso mese di maggio a Locarno,in Svizzera..”.

Dopo ulteriori verifiche abbiamo anche appreso che la Procura avrebbe già aperto una inchiesta, che la prima udienza si dovrebbe tenere il prossimo 8 novembre, che la società avrebbe già sospeso i due cosiddetti allenatori, che loro si sarebbero difesi dicendo che quella era una punizione prevista per le “brutte figure agonistiche” e che la croce disegnata sul cranio sarebbe stata quella della bandiera svizzera, tanto per ricordare al ragazzino il luogo della vergogna e della disfatta! Quello che indigna e spaventa è la meraviglia degli allenatori che sembrano non aver capito la gravità del gesto, del riferimento simbolico, della scelta compiuta, comunque offensiva e lesiva della dignità di una persona.

Naturalmente continuiamo ad sperare che si sia trattato solo di un gigantesco equivoco, che nulla di simile sia mai accaduto, e che la Procura possa chiudere subito il fascicolo “perché il fatto non sussiste”.Se così non sarà, allora sarà il davvero il caso di “condannare” i protagonisti a leggere cento volte “Se questo è un uomo” di Primo Levi, oppure a svolgere un periodo di volontariato alla risiera di San Sabba, a Trieste, o ancora ad accompagnare i loro atleti a visitare i campi di sterminio, dove quelle teste rasate avevano il loro tragico significato. Così, la prossima volta, ci penseranno un milione di volte prima di disegnare “la Croce” sul cranio di un essere umano!