Perfino a un imputato, in tutti gli ordinamenti giudiziari occidentali, è concessa la facoltà di rimanere in silenzio, e in nessun caso avvalersene comporta la rinuncia ai propri diritti. Anzi. Eppure, secondo Michele Serra, chi si è astenuto alle elezioni siciliane ha perso il diritto di lamentarsi per quanto gli accadrà in futuro. Lo ha scritto nell’Amaca di ieri. Come a dire che chi decide di non votare, chi alle elezioni sceglie il silenzio, abdica per un’intera legislatura al più democratico dei diritti: quello di esprimersi. Sei rimasto zitto? Bene, ne avevi facoltà: ma adesso mi fai il sacrosanto piacere di rimanerci fino alle prossime elezioni, quando, se vorrai, tornando alle urne, potrai riguadagnare il tuo diritto di critica. Questo, il suo ragionamento. Che sulle prime può pure apparire sensato. Ma che, a pensarci meglio, conduce a un principio ridicolo.

Analizziamone le conseguenze. Se sei in coma e ti risvegli soltanto dopo le elezioni, guai a criticare il governo: non ti spetta. Ti dovevi svegliare prima. Sento già l’obiezione: “Eh, no, il principio vale solo per chi sceglie di non votare”. Va bene. Quindi, se tra tre o quattro mali, a dispetto di ogni tuo sforzo, non sei proprio riuscito a individuare il minore e non te la sei sentita di avvalorare col tuo voto un sistema che ti propina indistintamente solo il peggio (a tuo parere, s’intende) – ebbene – mettiti l’anima in pace e non t’azzardare poi a dire che uno di quei mali che non hai voluto votare, ma che lo stesso si è imposto, per te è effettivamente un male. Geniale, non trovate? A me ha lasciato sbigottito, soprattutto perché Serra è uno in gamba.

Ma menti meno brillanti si sono spinte fino a correlare astensionismo e mafia. Il sillogismo alla base è tanto semplice quanto agghiacciante: Premessa maggiore – In Sicilia si vince solo col sostegno della mafia; Premessa minore – In Sicilia stavolta ha vinto il “partito dell’astensione”; Conclusione – Dietro l’astensione c’è la mano della mafia. Alé.

A quanto pare questo nuovo astensionismo di massa, che è una forma di silenzio molto vistoso, riesce a mettere a dura prova le capacità analitiche di molti, scardinando quella manciata di dogmi politici e civici con cui fin qui abbiamo alimentato un certo bigottismo (e adesso anche un certo mio sbigottismo). Ma perché questo vero “silenzio elettorale” spiazza, indispettisce e fa sragionare tanti?

Un indizio l’ho trovato in questo articolo di Aldo Grasso intitolato “L’eloquenza del silenzio. Fossi in voi lo leggerei, ma se proprio non ve la sentite, provo a farvene una sintesi in poco più di un tweet. Semplicemente, il silenzio è qualcosa che rompe le regole. Viviamo nella società del frastuono, tutti parlano, intervengono e rumoreggiano più o meno a sproposito, e l’unica strada d’accesso al silenzio rimane chiudere porte e finestre, spegnere pc, radio e tv e infilarsi le cuffie dell’ipod. Ma quello non è silenzio. Quello è isolamento. Il silenzio è un’altra cosa, ma noi non ne sembriamo più capaci. Nasce da un percorso interiore, riluce di una profonda dignità, anche sociale; è una scelta espressiva precisa, empatica, assertiva, che può rivelare grande consapevolezza e una potente avversione per l’irrilevante e per tutto ciò che produce soltanto rumore.

Una frase mi ha colpito più di altre: “Chi tollera i rumori è già un cadavere”. Ecco. Forse, in quel 52% di siciliani che non è andato alle urne, c’è dentro una buona quota di persone che, di fronte al rumoreggiare ottuso d’una politica che mostra di non sapere o non voler cambiare, ha scelto di non comportarsi più come un cadavere, di non tollerare oltre. E non lo ha fatto isolandosi. Sono in tanti, tantissimi, e tra loro si guardano e si capiscono al volo, con uno sguardo, con un cenno del capo. Non stanno ascoltando l’ipod, non hanno chiuso la porta. Non li vedete? Sono lassù, in finestra. Guardano fuori per capire cosa succede adesso, per vedere se qualcuno si decide a rivolgergli la parola per chiedergli perché se ne sono voluti rimanere ostinatamente zitti. E scommetto che sperano che il dialogo cominci con un saluto cordiale, come si conviene, e non, come purtroppo invece avviene, con un insulto o con una paradossale intimazione a non lamentarsi in futuro di ciò di cui, in realtà, restandosene a casa, seppure in finestra, si stanno già lamentando.