Mentre prestiti e mutui alle famiglie crollano sotto il peso della crisi, il vecchio reato d’usura è tornato a godere di ottima salute. Lo denuncia il rapporto “L’usura, il Bot delle mafie” presentato a Roma dall’associazione Libera. La fotografia è quella di un’Italia strozzata dalla criminalità organizzata, dai mercati della Calabria alle aziende del Veneto, con imprenditori abbandonati dalle banche che diventano facile preda dei cravattari: “Se non fosse stato per loro ora il mio negozio sarebbe sparito”, sono le parole di una vittima di fronte ai giudici.

Negli ultimi due anni sono stati ben 54 i clan mafiosi entrati nel mirino delle procure di tutt’Italia per questo genere di delitti. Da nord a sud, la criminalità organizzata ha rastrellato risorse sul territorio applicando tassi fino al 1500% annui, cifra registrata a Roma e che segna il record nazionale. Ma altre città non sono state da meno: secondo le indagini più recenti nel basso Lazio, ad Aprilia, gli usurai mafiosi hanno applicato un tasso di poco superiore al 1000%, il 400% è toccato invece a Firenze, seguita dal vibonese (270%), dal padovano (180%) e dalla città di Milano (150%). I clan coinvolti sono i nomi grossi dell’universo mafioso, cui si aggiungono gregari e gruppuscoli di ogni sorta: dai Casalesi al clan D’Alessandro, dai Cordì ai Casamonica, passando per i calabresi Cosco e De Stefano, fino ai clan Terracciano e i Fasciani, i Mancuso, i Parisi, i Mangialupi e gli esponenti della Stidda.  

Il giro d’affari è enorme e per lo più sommerso, ma un veloce riepilogo delle inchieste consente di tracciarne un profilo eloquente. I sequestri ai clan accusati di usura sommano negli ultimi 24 mesi più di 150 milioni di euro e il quadro peggiora se a questi dati vengono sommati quelli della Banca d’Italia. Secondo le rilevazioni di Palazzo Koch, a fronte delle oltre 18mila segnalazioni per operazioni sospette su cui si è investigato nell’ultimo biennio, più di 8mila (circa il 46%) sono confluite in procedimenti penali per usura, abusivismo finanziario, truffa e reati tributari.

Più che le cifre di un fenomeno che resta prevalentemente sommerso, sono però i meccanismi di radicamento del reato a destare particolare allarme. Poiché il prestito a strozzo continua ad essere uno dei reati preferiti dalla mafia per vampirizzare prima, e conquistare poi, le imprese pulite. Come è avvenuto recentemente in Veneto dove un gruppo legato al clan dei casalesi, arrestato nel 2011 su disposizione del gip di Venezia, si è accaparrato decine di quote societarie e aziende come risarcimento per i propri prestiti usurai. Ha iniziato proponendosi come agenzia finanziaria e di riscossione crediti, con tanto di pubblicità su tv e giornali locali, poi ha fagocitato integralmente le imprese in crisi che si sono rivolte ai suoi intermediari. Situazione simile a quella individuata nella Locride, in Calabria, dove le cosche Cordì e Cataldo hanno fatto ammalare le imprese cui avevano prestato denaro fino a farle proprie. 

Eppure le vittime degli strozzini non denunciano, perché tra loro e i carnefici si istaura spesso un rapporto di sudditanza psicologica che alcuni finiscono persino per confondere con l’amicizia. E alcuni usurai ci tengono pure ad una sorta di loro “galateo”. “Puoi stare sicuro – dice al telefono l’usuraio Leonardo Fortunato ad un imprenditore cui aveva prestato dei soldi – se tu mi lasci con tua moglie e lasci i soldi nel letto, stai sicuro che io non la tocco, a me mi ammirano tutti per sto fatto”. È stato arrestato nell’operazione Belfagor condotta dalla procura di Bari. Il bravo usuraio sa mescolare tono melliflui e maniere forti. “Acchiappalo per i capelli come ti dico io! Piglialo malamente a questa latrina. Digli: ha detto lo zio che stanno ridendo sopra i morti… digli che se viene lo zio vi schiatta la faccia!”. È l’insegnamento che Mario Potenza, ex contrabbandiere degli anni di Zaza-Mazzarella, rivolge ad un vicino che lo aiuterà a gestire il giro usuraio. Il tatto del cravattaro lo ricorderanno a lungo anche le vittime toscane degli usurai casalesi: “Non ti permettere più di riattaccarmi il telefono in faccia perché dove ti trovo, ti spacco la testa con la mazza, hai capito?”, urlavano loro al telefono. 

“Non c’è nessun patto di stabilità che tenga dinanzi all’urgenza di denaro di tanti imprenditori” è la conclusione di Libera. “I clan intercettano quel segmento di disperazione e rispondono subito e in contanti”. L’associazione propone uno nuovo traguardo alla sua storica battaglia: non solo confiscare i beni ai mafiosi, ma fare di tutto perché i mafiosi di quei beni non entrino neppure in possesso.