C’è una sorta di schizofrenia del legislatore italiano (figlia dell’insensata corsa a “fare cassa” a tutti costi del Governo), che mentre accentua il ruolo politico-istituzionale attribuito ai Comuni, dall’altro con l’obbligo del pareggio di bilancio li svuota, di fatto, di qualsiasi capacità operativa.

Nell’arco di poco più di un decennio si è passato dal rilievo dato alla riforma costituzionale del 2001, con il riconoscimento dell’autonomia finanziaria e tributaria dei municipi, al recente decreto-legge del 10 ottobre scorso, ribattezzato “strozza-Comuni”, che in maniera estremamente autoritaria anticipa in qualche modo il nuovo articolo 81 della Costituzione sul pareggio di bilancio, condannando a morte lo Stato sociale.

Il decreto “Salva Comuni”, che costringe le amministrazione in difficoltà finanziarie ad imporre ai cittadini livelli più alti di tassazione per l’Imu, l’Irpef, la Tarsu; la riduzione delle spese per le aziende partecipate con grave pericolo per i loro livelli occupazionali; il blocco del turn-over del personale; e il blocco della spesa per il prossimo anno, non solo riduce i Municipi all’inattività, ma rappresenta un vero e proprio ritorno al centralismo autoritario, con gravi rischi per la democrazia locale.

A cascata le ricadute sul sistema economico sociale, che trovava proprio nei Comuni il motore dello sviluppo sul territorio e il supporto all’autonoma iniziativa dei cittadini per lo svolgimento di attività di interesse generale. Con buona pace dei principi di sussidiarietà orizzontale e verticale.

Non solo: il decreto cancella di fatto i principi di solidarietà, giustizia sociale ed eguaglianza sostanziale su cui si basa il welfare municipale. L’articolo 119 della Costituzione, infatti, prevedeva l’istituzione, con legge dello Stato, di un fondo perequativo per le aree con minore capacità fiscale. Questo meccanismo tendeva a garantire ai Comuni adeguate risorse per promuovere lo sviluppo e, soprattutto, eliminare gli squilibri economico-sociali.

I principi della solidarietà, autonomia finanziaria e perequazione, che dovevano caratterizzare la democrazia locale, così come sanciti dalla Costituzione con la riforma del titolo V, lasciano il posto al fiscal compact, con un rigurgito centralistico, autoritario, burocratico.

Una vera e propria involuzione “ragionieristica”, che punta su anticipazioni, piano di rientro e controlli statali, nella prospettiva del pareggio di bilancio da raggiungere attraverso la leva fiscale, la riduzione del personale e la svendita del patrimonio pubblico, con la prospettiva, non tanti velata, di strategie affaristiche sui beni comuni attraverso la privatizzazione dei servizi pubblici locali.