Per capire lo stato dell’arte del discorso politico corrente prendo come campione il commento odierno di un amico carissimo, Paolo Flores d’Arcais, che su il Fatto di oggi, dichiara il proprio tifo alle primarie per Matteo Renzi e annuncia il proprio voto alle prossime politiche per la pop band di Beppe Grillo. Valutazioni che potrei (magari) fare pure mie, ma che inducono qualche commento.

Flores d’Arcais tifa Renzi come rottamatore del PD, nella speranza che questo equivoco fattosi partito imploda liberando energie positive. Ma le masse renziane non fanno certo questo ragionamento, fidandosi ciecamente del “nuovo che avanza”. Un nuovo che ricicla i più rugginosi rottami della propaganda politica di questi due decenni: da una meritocrazia intesa come l’aver messo insieme tanti soldi (non importa come) alla compiacenza nei confronti dell’affarismo abbellito in liberismo; al ragionamento supremo di legittimazione delle ambizioni renziane alla leadership, che già la politologa Iva Zanicchi aveva tirato fuori per il Berlusconi aspirante premier: “lasciamolo provare”. Così, tanto per vedere…

Prima considerazione: cosa ci è successo – in quanto mente collettiva – per aver smarrito un qualsivoglia barlume di spirito critico, per cui ce le beviamo tutte; anche le più palesemente fasulle?

Si direbbe che la capacità generale di analisi sia ritornata ai livelli del dopoguerra, quando il confronto politico era narrato (tra Guareschi e Fortebraccio) come lo scontro finale tra “trinariciuti mangiatori di bambini” e “servi dei guerrafondai Usa”. Poi – gradatamente – abbiamo incominciato a ragionare e distinguere, un straccio di spirito critico iniziava a circolare. Si direbbe che in questi ultimi vent’anni ce lo siamo bevuti, insieme a quel minimo di sano sospetto per cui non credevamo più nel “Settimo cavalleggeri” che giunge a salvarci (con alla testa – di volta in volta – Berlusconi, D’Alema, Di Pietro, la Polverini e Formigoni… oggi Bersani, Vendola o l’impagabile Renzi). Insomma la secolarizzazione della politica si è arrestata e siamo tornati a un approccio di tipo religioso (che si riduce molto spesso a tifo beota da Curva Sud).

Andiamo avanti: Flores d’Arcais ci informa che lui voterà Cinquestelle (e magari pure l’estensore di questa noterella lo farà). Come non capire che tale scelta è l’ennesimo sberleffo nei confronti delle “ultime raffiche” partitiche trincerate nella ridotta del Palazzo e in qualche bunker periferico? Visto che il voto per il Grillismo ha una funzione puramente distruttiva, se conveniamo (da gente senza anello al naso) che nelle sue elaborazioni pop non c’è nulla che possa arrestare la caduta libera di quello che era uno dei Paesi più avanzati al mondo.

Eppure le masse grillesche sono convinte di avere in mano la pietra filosofale che muterà lo strame in petali di rose (in quanto così assicurano i guru di riferimento).

Sicché si direbbe che l’italica capacità progettuale abbia subito un processo di desertificazione. Quando nel passato qualche elaborazione strategica era stata prodotta anche dalle nostre parti: il Centro Sinistra come stagione delle riforme (almeno nella testa di Riccardo Lombardi e Antonio Giolitti), l’Eurocomunismo e il Compromesso Storico (almeno nella testa di Enrico Berlinguer e Ugo La Malfa), l’Alternativa alla Mitterand (almeno nella testa degli intellettuali di Mondo Operaio e di un giovanissimo Flores d’Arcais), Mani Pulite come ritorno all’etica in politica (almeno nella testa di quelli che appoggiarono alcuni magistrati coraggiosi e diedero credito ad Antonio di Pietro). Certo, strategie di rinnovamento che vennero riassorbite dai blocchi di potere dominanti. Ma che almeno qualificarono il confronto. Oggi siamo solo al Vaffa, che difatti funziona benissimo nel bel mezzo degli strepiti mediatici. Ma non costruisce nulla.

Rendiamocene conto: o recuperiamo in noi stessi la qualità politica o non andiamo da nessuna parte. O meglio, andiamo a ramengo.