La conferenza stampa di Berlusconi, post sentenza di condanna a 4 anni più  3 di interdizione dai pubblici uffici e 10 milioni da sganciare hic et nunc, è  stata prontamente “derubricata” a sfogo dal vicepresidente dei deputati del Pdl Osvaldo Napoli ed è stata accolta con ironia, per usare un eufemismo, dalla platea dei moderati raccolti attorno a Fini e Casini.

Il presidente della Camera ha commentato, senza nascondere l’effetto di comicità involontaria della conferenza contro il dispotismo della “magistratocrazia”, che poiché le dichiarazioni di Berlusconi mutano in meno di 24 ore è più prudente attendere quelle del giorno dopo.

Con i 50 minuti di sproloquio da villa Gernetto contro i nemici di sempre, i magistrati che da “metastasi”  si sono evoluti in nefandi facitori di “barbarie”  e contro il nemico last minute, quel Mario Monti divenuto in meno di 48 ore colpevole di “estorsione fiscale” ai danni del paese, Berlusconi è riuscito a distogliere momentaneamente l’attenzione dalle motivazioni della sentenza che ha chiuso senza se e senza ma la sua nefasta parabola politica.

Una sentenza che non era per niente scontato arrivasse in tempi compatibili con la concreta possibilità di vederla confermare in via definitiva dalla Cassazione e che nelle motivazioni inchioda quello che è stato il capo di governo di un grande paese democratico al ruolo effettivo di “dominus indiscusso di una frode di dimensioni eccezionali” a danno dello stato, della concorrenza, degli azionisti di Mediaset.

Una sentenza, non lo si ricorda mai abbastanza, che non è frutto della “barbarie giudiziaria” delle note toghe rosse milanesi, peraltro apprezzate quando si occupano di terrorismo o di ‘ndrangheta, ma fondata su corpose prove documentali ottenute con rogatorie difficili e spesso ostacolate, intralciate e sabotate da ministri della giustizia collocati ad hoc.

Una sentenza arrivata nonostante il lodo Maccanico-Schifani ed il lodo Alfano, nonostante la prescrizione dimezzata dalla ex-Cirielli, e nonostante l’esercizio costante e pervicace di tutte le manovre dilatorie possibili ed immaginabili, su cui pende ancora un conflitto di attribuzioni, non poteva mancare, per molto improbabili  “legittimi impedimenti” disattesi.

Per questo da un canto si fatica a comprendere le disquisizioni sul perché si debba o non si debba festeggiare, come se per tutti i cittadini di una democrazia e uno stato di diritto sopravvissuti pericolosamente ad un ventennio di “sultanato”, per usare la felice espressione di Giovanni Sartori, non debba essere motivo di rassicurazione constatare che alla fine, e nonostante tutto, la legge è uguale per tutti.

Dall’altro si comprende fin troppo bene perché il diretto interessato, dopo concitate riunioni di famiglia ed in preda ancora una volta dei suoi “spiriti animali” abbia deciso di ripetere oltre il game over, il rito evidentemente per lui rassicurante della crociata infinita con dichiarazione di guerra al male assoluto della giustizia persecutoria e della “magistratocrazia”.

Per una volta poteva sembrare che Berlusconi avesse fatto la cosa giusta o quantomeno consigliabile e cioè “retrocedere” mentre il tribunale di Milano era in camera di consiglio per emettere una sentenza di cui ovviamente l’imputato poteva prevedere l’esito meglio di chiunque altro.

Invece non ha resistito al richiamo della foresta del crociato delle libertà, costretto a rimanere in campo per difendere i cittadini indifesi in balìa di un manipolo di “vincitori di concorso” che giocano con la vita degli innocenti, paragonando il suo ultraventennale curriculum giudiziario al caso di Enzo Tortora.

E dato che, benché il consenso per il suo partito sia al di sotto del 14%, sa ancora sintonizzarsi con i malumori del paese, nella conferenza stampa del “ritorno” ha battuto il tasto molto sensibile della “estorsione fiscale” e per la prima volta ha minacciato di disattivare anche presto il governo tecnico di cui regge dal primo giorno le sorti e che tiene alla catena.                

Il bello è che lo vuole fare mentre si propone come grande tessitore del rassemblement dei “moderati” che hanno in Monti una stella polare.

Intanto più che delle battute ironiche di Fini, della sufficienza di Casini e delle punzecchiature dei giovani di Confindustria, il Berlusconi del “ritorno” si cura solo degli incitamenti alla lotta senza prigionieri a cui lo spronano la Santanché e lo stuolo ululante di amazzoni, aspiranti delfini  e maggiordomi senza domani, ben felici di archiviare sul nascere le preannunciate primarie.

Se persevera potremmo quasi sperare di liberarci di lui e delle scorie del  suo partito con un secondo “miracolo a Milano” su scala nazionale.