Accontenta un po’ il Pd, che alla propria festa nazionale del Turismo a Milano Marittima aveva invocato l’esclusione del canone quale elemento di comparazione tra le imprese per evitare gare alla ‘chi offre di più’. Ma prova ad andare incontro pure al Pdl, che chiedeva anche il premio per i concessionari uscenti e il riconoscimento del valore di impresa attraverso le perizie. La bozza del decreto sul riordino delle concessioni balneari appena preparata dal ministro per il Turismo e gli Affari regionali, Piero Gnudi, prova di recepire le richieste dei partiti, ma alla fine ottiene un risultato cui nessuno era giunto finora: quello di scontentare tutti, comprese le associazioni di categoria che si ricompattano tra loro e annunciano le barricate se le cose non cambieranno.

Il primo schema di decreto per regolare le concessioni delle spiagge su impulso della direttiva servizi Bolkestein (l’attuale regime di rinnovo automatico scade alla fine del 2015) ha iniziato a rimbalzare tra diversi ministeri dopo l’incontro a Roma del 10 ottobre alla presidenza del Consiglio dei ministri tra Gnudi, Regioni, parlamentari e associazioni.

Tuttavia, il ministro ha fatto sapere ai parlamentari che non presenterà il decreto al prossimo Consiglio dei ministri e che ha già pianificato, nei prossimi giorni, una missione a Bruxelles. La missione,  questa volta, è seguire la ‘pista spagnola’, come riportano in coro i deputati Sergio Pizzolante (Pdl), Elisa Marchioni (Pd) e Amedeo ciccanti (Udc), tutti concordi nel dire che il decreto Gnudi così com’è “non va bene”. Cosa c’entra la Spagna? Le concessioni nella penisola iberica potrebbero essere rinnovate senza evidenza pubblica, per ragioni di tutela ambientale e delle coste così come per la salvaguardia del patrimonio immobiliare e imprenditoriale. Il tutto, per il momento, senza parere avverso del commissario europeo alla concorrenza, quello che per l’Italia ha avviato una procedura di infrazione e si è più volte espresso contro ogni ipotesi tesa ad evitare le evidenze pubbliche.

Al momento, quindi, sono solo ‘prove tecniche’ quelle che circolano tra i ministeri italiani, ma bastano per far inviperire il bellicoso fronte dei bagnini che non ne vogliono sapere di vedersi scivolare via di mano le spiagge a causa delle aste europee.

Cosa c’è scritto nello schema di Gnudi? Durata delle concessioni non inferiore a sei anni né superiore a 25 (siamo lontani dai 90 anni promossi un anno e mezzo fa dall’allora ministro Michela Vittoria Brambilla) e da affidare “tramite l’offerta economicamente più vantaggiosa”. In parole povere, traduce subito il presidente della cooperativa bagnini di Ravenna Maurizio Rustignoli, “le concessioni verranno assegnate a chi avrà maggiori risorse da investire senza tutelare i gestori già presenti come era stato detto. Dunque, nessun passo avanti”.

Altro passaggio contestato quello in cui, in fase di prima applicazione del decreto, si precisa che “la professionalità acquisita relativamente all’area alla quale si riferisce la procedura è da valutare nel limite del 40% del punteggio complessivo”. Troppo poco per la categoria, come ritiene anche il presidente di Oasi-Confartigianato, Giorgio Mussoni, iniziando a muovere le prime critiche dopo mesi di prudente tatticismo: “La professionalità delle imprese, stando al testo diffuso, non viene riconosciuta e nemmeno la questione degli indennizzi è adeguatamente risolta. Così com’è lo schema di decreto non va bene e, se non cambierà, saremo pronti anche noi alle mobilitazioni. Ma vorrei ricordare che quelle uscite finora sono solo bozze”, precisa il numero uno dei bagnini da Bellaria a Cattolica.

Entro il 31 dicembre 2014, dice ancora lo schema di Gnudi, le Regioni dovranno definire gli schemi tipo di bandi e lettere d’invito per l’affidamento, ma per ora gli enti locali non sono stati consultati. E’ quello che dicono le altre quattro sigle dei balneari, Fiba, Assobalneari, Cna Balneatori e Sib: “Il documento è totalmente inaccettabile”, attaccano le associazioni. “Si viene così meno- aggiungono- a un impegno assunto dal governo lo scorso febbraio”, ovvero “trovare preventive intese, non solo con le associazioni di categoria, ma anche con Regioni e Comuni. Infatti non ci risulta che nemmeno questi ultimi siano stati coinvolti nella preparazione del decreto legislativo”.