Anche Saverio Raimondo è un autarchico, ma un autarchico a modo suo. Se hai fatto un po’ di pratica con Serena Dandini e Sabina Guzzanti, se ti sei scritto un testo quasi da solo, e quasi da solo ti ritrovi su un palcoscenico, il prodotto dovrebbe essere obbligato. Un altro bel monologo Zelig style di un altro talento del cabaret. Italopositivo (È facile smettere di essere italiani se sai come farlo), in scena all’Ambra Garbatella di Roma, è tutto questo. Ma non è solo questo, perché Raimondo è uno di quegli spiriti così solitari che quando li incontri ti sembra di incontrare una comitiva. Il monologo parte travestito da conferenza in cui ci viene spiegato che italiani si diventa, anzi, ci si ammala. Parliamo di un virus dai sintomi allarmanti (parcheggio in doppia fila, allergia alle tasse, attrazione irresistibile per la raccomandazione), subdolo (il ceppo ha la forma inequivocabile di un bidet), endemico. Gli stranieri, una volta contagiati, diventano più italiani degli italiani, come ci dimostra Magdi Cristiano Allam, il Michael Jackson de noantri (pur di sbiancarsi, le prova tutte).

Una brutta malattia. Anche se uscire dal tunnel dell’italianità si può. È questa, almeno, la promessa del nostro conferenziere. Ma ci sarà da fidarsi di questo messaggio di speranza? A pensarci bene, che cosa c’è di più italiano del parlar male dell’Italia? Spezzare lo spaghetto ombelicale che ci lega alla patria non è così semplice…

In poco più di un’ora l’umorismo ghiacciato di Saverio Raimondo (vagamente luttazziano, con tracce del primo Villaggio) si apre a fisarmonica come un depliant alla rovescia, dove sono illustrati uno per uno i nostri vizi quotidiani. Per dispiegarlo fino in fondo c’è tempo fino a domani. Chi si presenterà a teatro con una copia del Fatto Quotidiano di domenica avrà una riduzione di 10 euro (e questa non è una battuta).