Barack Obama “potrebbe aver sbagliato campagna”. E’ quello che, lontano dai registratori, dicono molti strateghi elettorali democratici. Il presidente resta ancora il favorito. RealClearPolitics assegna a Obama 281 voti elettorali, contro i 257 di Mitt Romney. Per Nate Siver, il ‘guru’ dei sondaggi del New York Times, Obama ha in questo momento il 73,1% di probabilità di restare alla Casa Bianca. E Betfair, una società di scommesse on-line – quindi un buon termometro della situazione – dà al presidente il 63% di chance. Eppure l’impressione che qualcosa non sia andata per il verso giusto diventa sempre più netta, a soli 11 giorni dal voto. Obama è in queste ore impegnato nel ‘kick off campaign blitz‘, un massacrante tour elettorale che lo porta in sei Stati in 48 ore: Iowa, Colorado, Nevada, Florida, Virginia, Ohio. Poi, da lunedì, ci sarà un’ulteriore tappa della campagna, ancora in Florida, Ohio, Virginia, questa volta con Bill Clinton. E’ la prima volta quest’anno che i due si ritrovano a far campagna insieme, a riprova di quanto il team di Obama abbia bisogno dell’ex-presidente per conquistare i voti della classe media e della working-class bianca del Centro e del Sud.

“Tutto va per il meglio”, ha spiegato David Plouffe ai giornalisti durante uno stop del ‘blitz’ di Obama in Colorado. Sono soprattutto i numeri nei sondaggi in Ohio, Iowa, Nevada e Wisconsin – quattro battleground states in cui Obama appare in vantaggio – a nutrire l’ottimismo. Anche la macchina organizzativa appare ben oliata, persino più efficiente di quella già straordinaria del 2008. La campagna di Obama ha contattato telefonicamente 44 milioni di americani. Ha battuto alla porta di quasi quattro milioni di persone e registrato un milione di nuovi elettori. Eppure l’umore generale dei militanti resta spento. L’entusiasmo latita. “La passione di quattro anni fa non c’è più. Facciamo ancora di tutto per rieleggere il nostro presidente, ma molti di noi sono disincantati”, dice Jennifer, una volontaria che preferisce non dare il cognome e che lavora al comitato Obama/Biden all’angolo tra Broadway e la Centoduesima, a New York. Alcuni dei suoi compagni, alla domanda su perché è necessario rieleggere Obama, rispondono all’unisono: “Perché Romney presidente sarebbe un disastro”.

Una ragione dello scarso entusiasmo della campagna 2012 di Obama sta probabilmente in questo. Sin dall’inizio il suo team ha fatto di queste presidenziali un referendum su carattere e doti di Mitt Romney. Per mesi il candidato repubblicano è stato sistematicamente attaccato: per il passato di cinico affarista a Bain Capital; per le continue gaffe in politica estera; per le convinzioni relative al 47% di americani “che vivono alle spalle dello Stato”; persino per il cane che Romney piazzava sul tetto della macchina andando in vacanza. “L’organizzazione di Obama ha fatto il lavoro migliore di distruzione di un candidato che io abbia mai visto in tutta la mia carriera”, ha detto a Politico.com Peter Brown, un sondaggista per Quinnipiac University.

Romney è però andato avanti per la sua strada e alle nove di sera del 3 ottobre, data del primo dibattito, ha offerto agli americani una faccia completamente diversa: quella di un business moderato, competente, che non vuole distruggere lo Stato Sociale, che non aumenterà le tasse della classe media, che ha a cuore i diritti delle donne. Reale o artificiale che sia, la mossa del candidato repubblicano ha funzionato e da quel momento i suoi numeri hanno cominciato a crescere, mentre quelli di Obama hanno preso la direzione opposta, verso il basso.

A dire il vero, quest’esito era stato previsto e temuto da parecchi democratici. Per mesi James Carville, Stanley Greenberg, Erica Seifert, tra i migliori strateghi del partito, hanno chiesto al quartier generale di Obama a Chicago di non puntare soltanto su una nota negativa, anti-Romney, ma di precisare meglio il messaggio. “Non sarebbe stato fantastico avere un bel documento da presentare agli americani alla fine della Convention di Charlotte?”, ha detto la Seifert. Questo è stato, per mesi, anche il consiglio che big del partito come Bill Clinton e Nancy Pelosi hanno dato a Obama. Invano. “La campagna si vince facendo a pezzi Romney”, è sempre stata la risposta che David Plouffe, Jim Messina, David Axelrod hanno opposto ai critici.

Le ultime ore hanno segnato un deciso cambiamento di rotta. La campagna di Obama ha anzitutto stampato tre milioni e mezzo di un libretto distribuito nei principali battleground states, in cui Obama spiega finalmente alcune delle sue idee per i prossimi, eventuali, quattro anni: taglio di almeno la metà dei costi delle tasse universitarie; un milione di nuovi posti di lavoro nell’industria; ulteriore transizione verso la green economy e maggiore indipendenza dall’importazione di petrolio dall’estero. In un’intervista al Des Moines Register, il presidente ha poi spiegato le sue due priorità: accordo con i repubblicani sul debito entro sei mesi; una nuova legge sull’immigrazione entro il 2013.

Obama non ha ovviamente abbandonato i toni sprezzanti e distruttivi nei confronti di Romney (chi gli è vicino dice del resto che il presidente nutre un sincero disprezzo per il suo sfidante). In alcuni dei suoi più recenti comizi ha spesso ironicamente parlato della Romnesia, una forma di amnesia che spiegherebbe i frequenti cambi di posizione di Romney. E, in un’intervista a Rolling Stone, ha definito il candidato repubblicano un bullshitter, un fanfarone raccontapalle. Il nuovo corso, oltre gli insulti, contiene però anche un’attenzione più sostanziosa al futuro. Un cambio di strategia, all’ultima ora, con cui Obama spera di riaccendere almeno parzialmente gli entusiasmi e far salire sul suo carro chi sinora è stato a guardare.