Da tempo sostengo che Angus Andrew è il più grande frontman dei nostri giorni. Una presenza magnetica, un’istrione che catalizza ed incanala i flussi elettrici nervosi degli astanti come un parafulmine o un santone. Quando è in serata è un animale da palco come ne sono rimasti pochi, parte di una specie in via d’estinzione, di quella razza che discende dall’Iguana, dallo zio Iggy.

I tre Liars, bugiardi mentitori raccontapalle, si incontrano a LA ma si ridislocano all’inizio dello scorso decennio a NYC ed alla prima fermata a Brooklyn fanno subito uno split con il gruppo che meglio rappresenta il rock della metropoli in quel preciso istante storico, gli Oneida. Il titolo è irresistibilmente beffardo: Atheists, Reconsider. Nonostante la musica del trio sia spesso inquietante rende espliciti inequivocabilmente, in alcuni frangenti, tratti di ironia e sarcasmo che ispirano risate profonde e nere. A dimostrazione di ciò si guardi immediatamente, se non lo si è ancora visto, il video di Scissor, il brano che apre Sisterworld, il loro penultimo album. Per il sottoscritto semplicemente uno dei migliori video degli ultimi anni.

L’esordio They Threw Us All in a Trench and Stuck a Monument on Top prende le mosse da una specie di versione stile Dischord/Washington DC dei Gang of Four, quello che stavano cioè facendo a loro modo Q And Not U e avrebbero di lì a poco fatto magnificamente anche i Black Eyes. Con Mr You’re On Fire Mr, pezzo emblematico dell’epoca, ci si tuffa nel punk-funk newyorkese dominatore del post september 11 nella Grande Mela con gli esordi di Rapture e LCD Soundsystem su DFA. Loose Nuts On the Veladrome sono le ultime propaggini della New York Noise, non solo quella dei Contortions di James Chance ma anche quella di Surgery, Helmet, Cop Shoot Cop. The Garden Was Crowded invece è puro e tipico distillato Fugazi, giusto per confermare la manifesta emersione di questo asse geografico lungo la East Coast. Oddio, parlavamo forse di New York Noise? Tumbling Walls Buried Me in the Debris è citazionismo esplicito e viene addirittura suonata sopra il celebre campionamento di UFO delle ESG, lo stesso utilizzato da innumerevoli produttori in ambito hip hop, non ultimo J Dilla nel suo Donuts. Insomma, da quella polvere lì viene fuori questo fango qui e non è difficile definire i trenta minuti di This Dust Makes That Mud come pura ipnosi dal momento che parliamo di un pezzo che entra in un infinito loop fuliginoso e notturno come in un’apoteosi di noise dub tanto caro alle band dell’epoca.

Un trionfo post-punk è anche il successivo They Were Wrong So We Drowned ma in questo caso, se si esclude la cadenza pseudo mutant disco a cassa dritta di There’s Always Room On the Broom, sin dall’iniziale capolavoro Broken Witch il risultato è una No Wave più scheletrica, percussiva e paranoica, erede dei DNA, dei Teenage Jesus and the Jerks e di Glenn Branca, il venerabile maestro dei Sonic Youth. Ed in cui entrano in gioco altri elementi molto insidiosi come una vena di stregoneria pagana tribale riconducibile a mio avviso persino ai Virgin Prunes e di cui un’altra somma testimonianza è costituita dalla diabolica cantilena di We Fenced Other Gardens. Ecco un disco che porterei con me se mai decidessi di fare una passeggiata lungo i 666 portici che conducono fino a San Luca. A mio modo di vedere in questo secondo album i Liars raggiungono probabilmente il loro vertice assoluto.

A metà del decennio scorso, con Drum’s Not Dead, una sorta di bizzarro concept dedicato a Drum e a Mt. Heart Attack, i menzogneri ottengono il terzo clamoroso risultato, collezionando una sorta di summa di quanto sperimentato nei primi anni di attività. La conclusiva ballad The Other Side of Mt. Heart Attack è addirittura talmente gaudente e soave che qualche anno fa – le mie orecchie stentavano a crederlo ma non sto scherzando – giuro di averla sentita risuonare forte e chiara persino tra le corsie di un noto supermercato di Bologna mentre spingevo il mio carrello della spesa. Avete presente che razza di musica si ascolta di solito nei supermercati, no? Non si ascolta Brian Eno. Immaginate la mia faccia: stavo letteralmente per baciare una delle cassiere preso da una gioia incontenibile. Mi sentivo orgoglioso di fare la spesa nell’unico supermercato in cui avevano osato diffondere un pezzo dei Liars.

Con il seguente album omonimo del 2007 ed il già citato Sisterworld (2010), usciti anch’essi su Mute, loro etichetta storica, siamo sempre su livelli più che buoni, quelli di una band di razza che difficilmente sbaglia un colpo anche quando sembra leggermente sottotono. Tuttavia è con il loro nuovo palindromo WIXIW, pubblicato quest’anno, che sono stato colto da un vero e proprio ritorno di fiamma per questo gruppo che ho sempre amato sin dalla prima volta che lo vidi dal vivo, poco meno di una decina d’anni fa. Disco etereo, torbido e dall’ossatura wave elettronica primi Ottanta nei suoi passaggi chiave, quasi trance ed esotico a tratti. Ascoltate la magnifica Octagon ad esempio: si materializzano davanti a voi oasi di palme in dissolvenza nel deserto e paiono riecheggiare in uno strano miscuglio i Savage Republic, i Cabaret Voltaire di Three Mantras, i P.I.L. di Flowers of Romance, i Clock Dva di Thirst, persino Muslimgauze. Mi sono lasciato troppo suggestionare? No.1 Against Rush gode in modo magnifico di altri effluvi post-punk, stavolta con altri referenti in un ambito synth-pop e lo stesso discorso vale per l’altrettanto splendida title track e così via sino alla fine attraverso episodi di diversa estrazione elettronica. WIXIW è uno dei migliori dischi usciti quest’anno e ci attendiamo un grande concerto da parte dei Liars, il cui tour europeo sbarca sabato 27 ottobre al Locomotiv Club di Bologna. In apertura le raffinatezze di Bobby Krlic ovvero The Haxan Cloak: l’artista con base in Inghilterra ha realizzato un bel lavoro omonimo su Aurora Borealis l’anno scorso mentre quest’anno ha firmato per Tri Angle, una delle etichette sicuramente in ascesa nel panorama odierno. DJ set di Refleksie e Iommi per proseguire nel modo migliore la nottata.