La solitudine è un luogo molto lontano e praticamente introvabile, come un altro mondo o un altro continente. In questo caso è una cantina nella stessa casa, separata non solo dalla messa in scena di finte telefonate, ma da una sorta di confine magico che ti rende invisibile. Poiché il protagonista ha 14 anni, niente è più vicino al vero. Ma poiché stiamo parlando della storia e del film di Bernardo Bertolucci “Io e te”, e poiché leggete quasi subito, nei titoli di testa che il film è “tratto dal romanzo di Niccolò Ammaniti”, credo che sia giusto proporre un’interpretazione di questo riferimento al libro.

Il film ti tiene col fiato sospeso come un thriller, benché tu sia entrato in sala solidamente preparato sul testo, perché il regista apre con lo scrittore un dialogo di cui non puoi sapere (e infatti non sai) la fine. Ma il dialogo non è una civetteria di artisti. È ciò che avviene quando generazioni creative separate dal tempo si confrontano con la stessa storia e la vivono fino in fondo, con fedeltà e passione ma non nello stesso modo. Perciò “Io e Te” è due volte un esperimento. Ammaniti voleva farti capire quanto solo è, e quanto invisibile vuole essere e può essere, un ragazzino intelligente e goffo di 14 anni, che capisce tutto, sbaglia tutto, soffre di tutto e disperatamente combatte, specialmente contro i soli appigli disponibili della sua vita. Bertolucci non sposta il presente al passato – o almeno a un altro tempo – come ti aspetti che faccia il più anziano. Piuttosto osserva e racconta (e raccontando trasforma senza alterare) e capisci subito che diverso è solo il suo punto di vista di persona che ha attraversato più vita.

E’ interessante che nel film (come nel libro) vi sia un battibecco sul “punto di vista che ti cambia l’identità, quello che sei e quello che fai”. Quel battibecco è il cuore stesso del rapporto che si è stabilito in questo film fra il regista e lo scrittore, fra la prima trama e la seconda, fra lo scrittore, più giovane e spietato, e il regista che soffia dentro i due personaggi l’anima calda di una vita che attraversa la solitudine e schiva la morte. Due personaggi? Ricordiamo ai lettori e anticipiamo agli spettatori che il ragazzino che ha inventato per sé una solitudine da recluso e un’invisibilità da stregone, è raggiunto dal suo doppio, una sorella (sorella di madre) che quasi non conosce e che è sola nell’altro modo (non sa dove andare). Allo stesso modo si difende con aggressiva brutalità perché cerca un solo piccolo punto di legame col mondo, che non trova.

Per lei, che è un poco più adulta, il mondo è già usato e inservibile (la droga ha lasciato la sua orma di distruzione). Ma, come per il ragazzo quattordicenne, ha bisogno di un punto magico e misterioso di raccordo affinché la fortezza della solitudine, o la palude del degrado, abbandonino la presa. Cercano e non sanno. Ma qui Ammaniti e Bertolucci si accostano. I loro personaggi (quelli che amano e a cui i due autori restano vicini) sono buoni e integri, qualunque cosa accada. E allora si compie il miracolo annunciato dal gesto della Cappella Sistina che ha segnato una svolta di umanità: due mani si protendono per toccarsi. Nel buio di uno scantinato dove si può solo morire di solitudine o droga, le loro mani si toccano. E quando diventa un abbraccio forte e disperato che riassume tutti i momenti di immensa emozione di tutti i grandi film di Bertolucci, tu capisci che il regista più anziano ha preso il sopravvento sullo scrittore più giovane.

Ed è splendida la “correzione” che Bertolucci porta alla storia quando decide che la ragazza vive, che correre via dalla foresta e salvarsi è umano – dunque possibile – come soccombere. E tu, spettatore, ti rendi conto che quel gesto libera il ragazzo dalla sua solitudine imprigionata. Perché sia l’uno sia l’altra hanno trovato almeno un essere umano da stringere forte. E quell’abbraccio rompe l’incantesimo. Come un grande manierista, Bertolucci dipinge, sul disegno bello e duro di Ammaniti, un quadro caldo di empatia e di speranza. So che la parola è banale perché è troppo usata a vuoto, e serve sempre da generica consolazione. Ma conta nel film di Bertolucci perché non consola, constata. La sua constatazione, che ti fa toccare con mano alla fine della serrata e intensa storia del ragazzo prigioniero e della principessa che libera il suo salvatore con lo stesso gesto, e nello stesso modo e momento, è che finché scorre una scintilla di umanità fra esseri umani, siamo salvi.

Il Fatto Quotidiano, 26 ottobre 2012