No, il bambino con l’acqua sporca io non lo butto. Nemmeno se a suggerirlo è quel profeta del politically correct di Massimo Gramellini. Il suo Buongiorno di oggi gioca sul parallelismo Berlusconi/JR e berlusconismo/Dallas, sottolineando la coincidenza della fine ingloriosa di entrambi nelle stesse ore. Fin qui tutto bene, anche se su Dallas sapete come la penso.

La parte fastidiosa, però, riguarda gli anni Ottanta in toto, di nuovo dipinti come un decennio orribile e padre di tutti i mali: “Fu quel telefilm (Dallas, ndr) a lanciare la tv commerciale in Italia e a rieducare al ribasso i palati degli italiani, abituandoli al lusso volgare, alla ricchezza ostentata, al cinismo simpatico e agli altri stereotipi con cui la cultura pop degli anni Ottanta ha innervato la proposta politica del berlusconismo”.

Qualcuno armato di pazienza e buona volontà dovrebbe spiegare a Massimo Gramellini che Dallas era figlio del reaganismo, non del berlusconismo. Che gli yuppies rampanti erano figli di Wall Street, non di Cologno Monzese. Che la “ricchezza ostentata” era figlia di un benessere diffuso e di un disimpegno politico che scaturiva da due decenni di ideologia estrema.
Berlusconi, questo è vero, si è inserito perfettamente nelle maglie di un decennio che, per sua stessa natura, era “scalabile”. Senza punti fermi ideologici, chiunque poteva imporre la propria visione del mondo. C’è riuscita Madonna, c’è riuscito Michael Jackson, c’è riuscito Rambo, c’è riuscito Enzo Braschi il Paninaro. E c’è riuscito anche Berlusconi. Amen.

Fare di tutta l’erba un fascio è un’operazione disonesta intellettualmente e debole a livello argomentativo. Perché gli anni Ottanta, con le loro luci e le loro ombre, sono stati molto più che il decennio berlusconiano. A meno che non vogliamo confermare il nostro atavico provincialismo, autoconvincendoci che lo spirito di quegli anni è nato in Brianza e che Ronald Reagan era il sindaco di Arcore.