La scena è una stazione ferroviaria e potrebbe essere di una qualsiasi città di primo mattino, con il flusso dei pendolari in arrivo o in partenza che scorre senza intoppi e senza novità in quel trionfo del non luogo e della non vita. Il sole splende e i visi sono sereni e lo spazio davanti alla facciata dell’edificio, decisamente fuori moda, è in quel momento poco frequentato, solo due uomini e una donna. Uno dei due uomini indossa una divisa, non importa quale sia, mentre le altre due persone hanno abiti dimessi e sgualciti, non sporchi.

Tutto sembra essere già stato scritto mille volte nello stesso modo. La divisa amplifica l’atteggiamento dell’uomo che la porta standosene immobile a gambe larghe e poggiando su piedi calzati da anfibi poderosi quanto inutili. Sul fianco una immancabile pistola occupa una fondina ancorata da legacci efficienti, giacca e pantaloni sono coperti di tasche, scritte e distintivi organizzati in ordine sparso, ma è la testa sotto al berretto d’ordinanza a stupire, il viso non ringhia, anzi, innalza una espressione di usata e leggera sufficienza, non incrocia mai lo sguardo dell’altro, getta le sue parole di falsa comprensione a destra e a sinistra.

La divisa è tremenda, sembra definire perfettamente la mentalità dell’uomo che la veste, con i suoi distintivi stirati, le sue paroline dorate ricamate qua e là, i misteriosi accessori dai minacciosi risvolti. Inflessibile e inamovibile nei suoi concetti, la divisa muove l’uomo con fluidità, la visiera conferisce sicurezza allo sguardo, le dita cercano e trovano bottoni automatici e chiusure a strappo in una esibizione di certezze che si riflette sul volto, sicura di annichilire chi ha di fronte.

E di fronte c’è un uomo con gli occhi segnati da una stanchezza non fisica, ma che prosegue la sua opera di preghiera con la continuità che nasce dal bisogno. C’è del mestiere in questo, sono esperienza e uso a farla da padroni. Quante divise ha già affrontatp questo uomo con le sue mani giunte e quante di più ne ha schivate sfuggendo i  problemi che le uniformi si portano appresso? Protegge la donna, chiede, racconta, implora, alza le mani, giunte… La divisa risponde alzando il capo e le sopracciglia, ruotando la testa a sottolineare l’ordine superiore violato, falsamente benevolo ma invece felice nella certezza della propria inflessibilità, per nulla dispiaciuta.

Ecco, il degrado è stato sconfitto. L’altro se ne va, si gira e silenziosamente se ne va senza cambiare l’espressione non adirata né sottomessa, torna dalla donna, l’aiuta ad alzarsi da terra raccolgono due piccole borse e si avviano verso… Verso dove? La risposta? Fischia nel vento.

Migrante, clandestino, homeless,senza fissa dimora, barbone, profugo, nomade, illegale, sfruttato, irregolare, schifato, deriso, scacciato, umiliato, allontanato, dissuaso, ignorato, rinchiuso, punito, tollerato, condannato, espulso, elemosinato, sconosciuto, immigrato, sedicente, deportato, sfrattato. Straniero in mezzo alla folla di pendolari che vanno e vengono, se ne va anche da quel gradino, se ne va senza stupirsi e senza rimpianti.

Se ne va ignorato in mezzo alle persone che saranno travolte da questa o dalla prossima crisi, compromesse dal proprio fragile sapere, vittime prevedibili previste e sacrificate. Ma questi studenti, impiegati, operai, dirigenti, turisti in arrivo o partenza non fanno alcun caso alle due figure anonime e schive, hanno talmente radicata in testa la gerarchia del proprio status sociale che, tranne pochissimi, automaticamente li considerano ”invisibili”. Non considerano neppure la possibilità di sbagliarsi, la possibilità che invece il vero “uomo nuovo” sia lui, il reietto. Che il vero “vincente” sia il meno competitivo, colui che non aprirà mai nessun conto in nessuna banca, che non sottoscriverà alcun contratto, quello a cui basta il necessario e che non cerca soldi per il superfluo, che non consuma e che ignora i nostri miti e che non spenderà nemmeno un minuto ad inseguire nessuno status symbol.

Rimane immobile la stazione ferroviaria, con tutte le sue promesse di mirabolante tecnologia disattese e i monitor dai quali esseri meschini gesticolano stupidamente invitando a comprare cose inutili così, per convincersi che questa vita sia vera.