Dopo 13 anni passati tra proteste, incontri con autorità, tribunali, ecco arrivare l’assegno che chiude formalmente ogni loro pretesa. Poco meno di 35 euro. Insieme a questa somma che dovrebbe soddisfare le loro pretese c’è anche una lettera. Mittente la sezione fallimentare del tribunale di Roma. A scrivere è Roberto Falcone, il curatore fallimentare, che fa sapere che “in data 25 settembre 2012 il giudice ha stabilito il piano di riparto finale dell’attivo, ordinandone l’esecuzione. Il giudice delegato ha altresì disposto in ordine al pagamento delle somme assegnate ai creditori”.

Si chiude con queste tre righe, e con la beffa della misera somma incassata, il calvario dei 33 dipendenti dell’ex Standa di Ferrara, il grande magazzino che nel 1998 Berlusconi cedette a una società che di lì a poco sarebbe fallita. Portando con sé il destino lavorativo dei suoi impiegati. A nulla sono valsi atti giudiziari, ricorsi, carte bollate da Ferrara a Bologna a Roma. A fronte dei diversi milioni di vecchie lire (fino a 26) che vantavano, ora si devono accontentare di poche decine di euro. Chi si è visto assegnare 35 euro, chi 40, chi 70.

Tutto è iniziato nel ’98. Berlusconi vende il gruppo Standa alla Center Adriano Srl, che fa capo al gruppo Roccetti spa. Alla nuova proprietà basta un anno per giungere al fallimento. Siamo nel maggio del ’99 (il fallimento verrà dichiarato con sentenza il 18/5/2000). Il giorno 6 di quel mese ai 33 dipendenti giunge la lettera di licenziamento. Qualcosa nell’aria già si intuiva, visto che da marzo nessuno di loro percepiva lo stipendio. A questo si aggiunsero ferie non godute, contributi non versati e altre ‘quisquilie’. Tutto conteggiato a fine corsa dai sindacati in diversi milioni di lire.

I lavoratori si appoggiano ai legali di Cgil (avvocato Anna Rossini), Cisl (Raffaella Parizzi) e Uil (Giuseppe Caligiuri). Partono, a Ferrara come in altre cinque città d’Italia dove le filiali Standa subirono identica sorte (e con loro circa 200 dipendenti), le cause giudiziarie. Ferrara – si scoprirà successivamente – diventa anche a suo modo un’isola felice. Sì perché, a differenza delle consorelle legate dalla malasorte, qualcosa in medio tempore i dipendenti riescono a percepire. E questo grazie all’azione esecutiva promossa dagli avvocati, che porta a incassare qualche migliaio di euro. Questo nell’interregno tra la constatazione del crac e la nomina di un curatore fallimentare.

Una volta intervenuto il curatore, infatti, il tribunale di Roma ordina la restituzione delle somme, che diventano per la legge denaro sottratto alla massa patrimoniale a disposizione futura dei creditori. Nel frattempo, mentre è pendente il ricorso in appello contro l’azione revocatoria, gli avvocati propongono una transazione, accettata, per evitare di restituire l’importo faticosamente raggiunto.

La transazione comporta il versamento di 100mila euro (la somma pretesa dalla controparte era di circa 150mila), la rinuncia all’insinuazione al passivo fallimentare, l’abbandono del giudizio di appello, l’abbandono di ogni altra pretesa nella vicenda.

Intanto la Center Adriano collezionava cause in mezza Penisola. Significativa della bontà dell’operazione di cessione del ramo di azienda dei grandi magazzini è la sentenza di primo grado del tribunale di Nocera Inferiore, che aveva rilevato “l’intento fraudolento delle parti nella stipulazione del contratto di vendita tra la società cedente, la Standa SpA, dotata di notevole solidità e capacità, e la società Center Adriano, con capitale sociale inadeguato e con evidente gestione fallimentare (tra l’altro la Center Adriano srl non aveva mai operato nel settore della grande distribuzione commerciale, ndr), sì da rendere evidente la volontà di Standa di eludere, attraverso il contratto di cessione del punto vendita, la disciplina sui licenziamenti”. Una “illecita finalità”, secondo il giudice campano, “condivisa anche dalla società cessionaria, che conseguiva così anche un proprio interesse patrimoniale: acquisire merci a costo zero, senza fornire alcuna garanzia, con l’unico impegno di continuare il rapporto per non più di un anno”.

La sentenza venne confermata nella quasi totalità in secondo grado dalla Corte  di  Appello di Salerno, per poi essere cassata – siamo ormai nel maggio 2006 – dalla Suprema Corte, che ritenne legittima la cessione del ramo d’azienda.

Tornando a Ferrara, qui finisce la storia dei 33 dipendenti ex Standa. Che per 13 anni hanno creduto di poter ottenere quanto loro dovuto. Tra di loro pochi hanno voglia di parlare. Gli stessi avvocati preferiscono glissare su “una vicenda che umanamente mi ha molto colpito”, come confessa a mezza voce uno di loro. Tutti sanno, in ogni caso, che quegli assegni rappresentano la parola fine a ogni pretesa. Chiuso il piano finale dell’attivo patrimoniale, pagati curatori e apparato burocratico che ha gestito la procedura, divise millimetricamente le quote spettanti in maniera proporzionale a ogni creditore, quelle poche decine di euro sono tutto quello che rimarrà del lavoro, passato, di 33 persone.