Si fa un gran parlare dei termini della prescrizione. Magistratura, avvocatura, parte della politica e governo sembrano un sol uomo, nell’accordarsi sul fatto che dieci anni sono termini, per alcuni reati, troppo brevi. Ripeto dieci anni.

Dieci anni: in dieci anni un adolescente si fa uomo e si laurea. In dieci anni un neonato completa asilo ed elementari. Sempre in dieci anni muore un tuo caro e c’è ampio spazio per l’elaborazione del lutto e la pratica di una serena memoria. In dieci anni ci sono vite che si dipanano, si ingarbugliamo per poi, trovato il bandolo della matassa, riprendere un corso lineare. Oppure aziende che raggiungono centinaia di milioni di euro di fatturato partendo da un garage.

Insomma per il genere umano dieci anni sono dieci anni, ovvero un lasso di tempo significativo nel corso della vita.

Insomma in dieci anni la vita subisce gigantesche trasformazioni ma la nostra magistratura non è in grado di incidere su un microscopico evento della esistenza.

I dieci anni giudiziari, in una concezione del tempo astrusa e incongrua, dovrebbero diventare quindici (e perché non venti, allora) per il semplice motivo che la nostra classe dirigente che per mestiere dovrebbe occuparsi di questo problema, ritiene più logico adeguare i tempi ad un sistema che non funziona piuttosto che riformare il sistema allineandosi ad una concezione del tempo reale.

Per utilizzare un paradosso è come se, visti i numeri enormi di fuoricorso, si preferisse raddoppiare i tempi della laurea adeguandoli alla media dei fuoricorso piuttosto che migliorare l’Università per ridurne il numero.

Il codice penale, quando ritiene che un reato sia di particolare gravità, semplicemente lo rende imprescrittibile. Per il resto dei reati si ritiene che un lasso di tempo dilatato confligga con un sentimento di giustizia che, per forza di cose, deve essere relativamente vicino al tempo della commissione (del reato).

Tutto questo per le corporazioni che si occupano di giustizia ha, evidentemente poco senso. La lentezza tutela anche loro e rafforza il loro potere. E in ogni caso se in dieci anni non si è riusciti a offrire alla società una condanna definitiva gli inetti non saranno loro ma gli imputati, consapevoli di delinquere nel “giusto paese “.

In questo stravolgimento concettuale (giusto processo vs. giusto paese) ritroviamo il senso distorto di una privatizzazione da parte di alcune corporazioni, del sentimento di giustizia e civiltà che, al contrario, dovrebbe essere pubblico e collettivo.