Ci sarà bisogno con alta probabilità di una nuova manovra correttiva a inizio 2013 per assicurare l’obiettivo di bilancio che il governo si era dato, questo ci ha detto la Banca d’Italia e questo sta nel fatto che l’economia italiana non cresce.
Il governo Monti ha fatto molte riforme, alcune buone altre forse deludenti, e il confronto con i governi precedenti di centro-destra e di centro-sinistra sarebbe tutto a favore del governo Monti. Nessun governo italiano, se non forse il governo Amato nel 1992, è riuscito in così poco tempo a riportare l’Italia in una zona di relativa sicurezza finanziaria.

Ma è evidente che resta il problema di fondo della bassa crescita. Diciamo la verità: serve una rivoluzione. Bisogna cambiare il paese da cima a fondo. Ma per farlo non può bastare un “tecnico”. Serve un leader politico che abbia carisma, che abbia una investitura elettorale, che sappia parlare con la pancia del paese e non solo con gli intellettuali e i potenti. E non basterà una legislatura. La Gran Bretagna di fine anni ’70 era in pieno tracollo e le ci vollero dieci, quindici anni per rimettersi in sesto. Serve una lunga stagione di riforme, molte impopolari, che sia condivisa in buona parte del Parlamento e del paese.

Serve innanzitutto un’azione che riduca le disuguaglianze, non si può pensare di rilanciare lo sviluppo se si colpiscono sempre i soliti. Più giustizia sociale e più giustizia tra le generazioni. Va ripensata la flessibilità eccessiva che ha prodotto precariato tra i giovani (che non sono affatto schizzinosi, a mio avviso). La troppa precarietà ha indotto molte aziende a ridurre l’impegno innovativo, a preferire più lavoro a basso costo rispetto a macchine e tecnologie avanzate. Se il salario è troppo basso le imprese fanno meno ricerca e sviluppo (diceva giustamente Paolo Sylos Labini nel suo “Oligopolio e Progresso Tecnico”).

Ma c’è molto altro. Va rotto il clima di collusione diffusa, vanno rotti gli intrecci tra potentati economici e tra politica ed economia. Qui c’è una questione cruciale. Il capitalismo italiano è ancora un sistema asfittico nel quale non prevale il merito e la concorrenza, ma esistono “arciconfraternite”, circoli, salotti, comitati, incroci che chiudono il circuito finanziario ed economico verso i “new comers”. Basti pensare alle grandi banche che troppo spesso si comportano come se fossero agenzie pubbliche e non come aziende private. Le banche di sistema sono state chiamate, banche che aiutano questo o quel governo a realizzare progetti con scarso ritorno economico.

Tutti si sono scagliati contro il fatto che Berlusconi sia proprietario di reti televisive e di giornali, ma in realtà basta guardare la proprietà di qualsiasi testata giornalistica per scoprire che tutti i giornali italiani sono di proprietà di imprenditori e banchieri. Ebbene, un’economia di mercato che funzioni richiede che ci sia una stampa forte e indipendente che faccia da cerbero, che controlli e denunci i comportamenti errati e truffaldini di chi governa le imprese e le banche. C’è mai stato uno scandalo scoperto dalla stampa in Italia? Tutti gli scandali, politici ed economici, vengono scoperti solo dalla magistratura. Poi magari i giornali pubblicano le intercettazioni.

Va rotta questa “fratellanza siamese” tra stampa ed economia. Per capire fino in fondo il fenomeno Berlusconi va compreso che sono in molti gli imprenditori che in Italia non riescono ad avere accesso al credito, che non hanno accesso alla grande stampa, che sono privi di agganci politici e che finiscono per non poter sviluppare le loro idee. In questi casi c’è chi ricorre alla corruzione e chi chiude. Berlusconi si presentò all’inizio come l’alfiere di una “rivoluzione liberale” contro il sistema delle grandi imprese e delle grandi banche. Il problema era che lui aveva usato senza scrupoli la strada della vicinanza alla politica per rafforzare il proprio impero.

Serve insomma un mix di maggiore equità, procedurale innanzitutto: in ogni campo devono essere rispettate “procedure” eque, via le mazzette e le tangenti, via le raccomandazioni, via i favori tra amici (politici e banchieri, capitalisti e banchieri, giornalisti e politici, giornalisti e capitalisti etc.), via il sistema vecchio e soffocante delle co-optazioni alla guida di questa o dia quella authority, via tutto un ceto dirigente immobile e inamovibile.

Per tornare a crescere servono nuove procedure che premino chi ha il talento, chi ha idee, chi sa fare, chi ha progetti, chi è onesto, chi vuole competere e non corrompere. Nuove procedure che in molti non condivideranno, è chiaro. Tutti coloro che prosperano sul sistema attuale.

La domanda è: esiste un leader politico oggi che abbia la credibilità, la storia personale, le competenze per realizzare una rivoluzione di questa portata? Davvero qualcuno pensa che un comico di 60 anni possa fare una rivoluzione centrata su equità, merito, concorrenza? Certo neanche chi appoggiava Consorte nella scalata alle banche e difendeva Antonio Fazio ha la credibilità per fare una simile rivoluzione.