Il mio ultimo post sulle virtù di D’Alema ha prodotto una valanga di commenti. Ovviamente me ne compiaccio, non per me, ma per la passione politica che, nonostante tutto, continua a manifestarsi. Non entro nel merito dei problemi sollevati, ma mi sento in dovere, per motivi di trasparenza, di fare due precisazioni e chiedo scusa se, questa volta, mi dilungherò più del solito. Un lettore si preoccupa delle noie che il mio avvicinamento all’area del Partito Democratico mi procurerebbe presso il popolo grillino. Ma io sono da tempo iscritto al Partito Democratico. Ho fatto questa scelta il giorno della caduta del secondo governo Prodi, atterrito dal baratro politico, civile e morale che si apriva sotto i nostri piedi, baratro da cui si potrà uscire – se si potrà – solo con la presenza di un grande partito, che raccolga tutte le anime della tradizione progressista. So che c’è chi non la pensa così, ma per ora resto convinto della mia scelta. C’è invece un altro commento che vorrebbe essere infamante e che invece ho trovato divertente. Si insinua che avrei scritto su D’Alema ciò che ho scritto dopo aver scoperto che De Benedetti paga meglio di Gomez. Ora, io immagino che davvero De Benedetti paghi meglio di Gomez, ma posso solo immaginarlo, visto che non ho mai ricevuto compensi né dall’uno né dall’altro.

Chiarite queste due faccende, veniamo a un nuovo argomento su cui ho già letto e ascoltato molte osservazioni: la dichiarazione del ministro Fornero sull’atteggiamento dei giovani di fronte al lavoro. Tutti concordano sull’improntitudine della dichiarazione, ma sono discordi sulla cause dell’incidente: confusione di ruoli (Folli)? stress da esposizione mediatica (Ceccarelli)? cattiveria innata (Vauro)? Se avete pazienza, vorrei fare un ragionamento ampio. Il problema dell’accesso al lavoro dei giovani è un problema complesso, delicato, di difficile soluzione. Nessuno ha la bacchetta magica e i mezzi per risolverlo in tempi brevi.

Ma forse è proprio questa sensazione di impotenza a spingere i politici a dire le più grandi scemenze. Mi sembra che la “scemenza sul tema giovani e lavoro” sia ormai un genere antico e consolidato della comunicazione politica italiana. A fondarlo provvide in anni lontani il ministro De Michelis, quando disse che il compito dei giovani non era più solo quello di trovare un lavoro ma di inventarlo. Certo! Visto che il ministro del lavoro era impegnato in un compito assai più delicato, quello di trovare la miglior discoteca per fare le ore piccole.

Ma all’epoca, nei ruggenti anni ottanta, queste cose piacevano molto e chiunque le inventasse subito si credeva e veniva indicato come il “Reagan de noantri”. Più di recente un contributo fondamentale al genere “scemenza sui giovani e lavoro” è venuto da Brunetta. Il ministro, sempre meno “compos sui” man mano che il suo governo si avviava alla fine ingloriosa, si vantò, una sera in tv, di quanto era uso rispondere alle mamme che si dolevano della condizione di disoccupati dei loro figlioli “capaci e meritevoli”, cioè che ai mercati generali alle 5 di mattina si trova sempre lavoro. Non è dato sapere se quelle mamme si limitarono a mandarlo a quel paese o passarono, non senza attenuanti, a vie di fatto.

Ora è toccato al ministro Fornero dare il suo apporto alla continuità del genere con una trovata geniale. Tutti si sono concentrati sull’aggettivo choosy e sull’atteggiamento snobistico che rivela. Ma la cosa più scandalosa non è quella, ma il ragionamento in cui l’aggettivo è inserito, il consiglio dato ai giovani di accettare un lavoro anche non gradito in attesa di uno migliore. A parte il fatto che il lavoro spesso non c’è proprio, è la banalità del ragionamento che sconvolge. A quel punto il ministro avrebbe potuto anche ricordare che “an egg today is better than a hen tomorrow”, per non rinunciare all’inglese, o aggiungere altre perle di saggezza che abbiamo appreso in italiano dalle nostre nonne, bravissime persone che però non hanno mai avuto cattedre all’università o ruoli ministeriali.

La verità, uscendo dallo scherzo, è che di fronte a un tema così delicato, causa di tutti questi pasticci, un ministro dovrebbe fare una sola cosa, una scelta radicale. Lavorare con tutte le sue forze per migliorare, anche di poco, la situazione e dimostrare il suo impegno proprio rinunciando alle partecipazioni ai convegni inutili e alle comparsate televisive che sottraggono tempo al suo lavoro. Credo che i cittadini apprezzerebbero, notando che il registro è finalmente cambiato e che il tempo delle chiacchiere e delle esibizioni alla De Michelis o alla Brunetta è davvero finito.