Sono 48 gli ospedali italiani più a misura di donna: quelli che hanno ricevuto tre bollini rosa dall’Osservatorio Onda, che dal 2007 premia le strutture di eccellenza nella cura delle patologie femminili assegnando uno, due o tre bollini. Le strutture ospedaliere che hanno conquistato due bollini sono 113 , mentre 63 sono quelle a cui ne è stato assegnato uno.

“In totale sono 224 i centri sparsi su tutto il territorio nazionale che hanno un occhio di riguardo per la salute delle donne – spiega Francesca Merzagora, presidente di Onda – Il programma Bollini Rosa è un processo di autocertificazione. Sulla base di un questionario di 120 domande (ad ognuna delle quali è assegnato un punteggio) valutiamo la presenza di unità operative che curano patologie femminili specifiche, l’appropriatezza dei servizi offerti e la centralità della paziente nel percorso diagnostico o terapeutico”. Sulla base del punteggio ottenuto, un algoritmo matematico assegna il numero di bollini, ma nella valutazione finale vengono considerati anche le pubblicazioni scientifiche, i progetti di ricerca  e altri fiori all’occhiello degli ospedali. “L’obiettivo – prosegue Merzagora – è premiare le strutture che già possiedono caratteristiche a misura di donna e incentivare le altre a migliorare l’approccio di diagnosi e cura. Ma così, anche le donne vengono aiutate a scegliere le strutture ospedaliere più attente alla prevenzione e al trattamento delle patologie che maggiormente colpiscono il loro organismo. Inoltre, tramite il sito possono esprimere il loro parere sui servizi erogati e confrontarsi”.

Secondo la fondatrice dell’Osservatorio, ancora oggi le donne sono svantaggiate rispetto agli uomini nella tutela della loro salute. “Mediamente vivono di più (secondo dati Istat, negli ultimi venti anni la speranza di vita delle donne è passata da 80,6 a 84,5 anni e quella degli uomini da 74 a 79,4 anni), ma si ammalano di più: molte patologie sono infatti legate all’invecchiamento”. Secondo l’ultimo Rapporto Istat sulla situazione del Paese la maggiore longevità delle donne non è accompagnata infatti da un miglioramento di pari entità della qualità della sopravvivenza, quindi dello stato di salute. Le donne sono affette più frequentemente e più precocemente rispetto agli uomini da malattie meno letali, come per esempio l’artrite, l’artrosi, l’osteoporosi, ma con un decorso che può degenerare in situazioni sicuramente più invalidanti.

Non si deve sottovalutare il fatto – dice Merzagora – che le donne si attestano al primo posto nel consumo dei farmaci, peraltro non testati direttamente su di loro, ma sugli uomini, e nell’utilizzo del servizio sanitario nazionale. E quando entrano in ospedale, si trovano spesso in ambienti non propriamente a misura di donna. Quindi, c’è ancora tanta strada da fare per arrivare a una programmazione sanitaria di genere, indispensabile per garantire il diritto alla salute delle donne, secondo principi di equità e pari opportunità”.

Eppur qualcosa si muove. In Italia sta crescendo l’attenzione nei confronti della medicina di genere che, come ricorda Flavia Franconi, docente di farmacologia all’Università di Sassari e presidente del Gruppo italiano salute e genere (Giseg), non si rivolge solo alle donne, ma prende in considerazione le peculiari caratteristiche dell’uomo e della donna, dei bambini e delle bambine, considerando l’ambiente e le condizione socioeconomiche in cui le persone vivono, secondo un modello biosociale della malattia. “L’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali), per esempio, sta predisponendo tre nuove linee guida di genere sulle malattie cardiovascolari, respiratorie e sulla fibromialgia. All’Agenzia italiana del farmaco è attivo un gruppo di lavoro su farmaci e genere, anche se a macchia di leopardo, oltre alla ricerca a livello universitario, si stanno costituendo centri di studio negli ospedali italiani, per esempio al Policlinico di Modena e nell’azienda sanitaria di Firenze. E l’attenzione cresce anche a livello regionale: per esempio, in Toscana da circa un anno è stata istituita la Commissione permanente per le problematiche di genere e in Puglia un tavolo tecnico sulla medicina di genere.

Uomini e donne – ribadisce Ornella Cappelli, presidente dell’Associazione italiana donne medico – sono diversi infatti dal punto di vista biologico e le differenze biologiche fanno sì che le donne si ammalino in maniera diversa, abbiano sintomi diversi e rispondano in maniera diversa alle cure. Conoscere le differenze è importante, allora, per favorire terapie più appropriate e garantire a tutti una maggiore tutela della salute”. Ben venga, quindi, il primo studio osservazionale di genere in Italia, promosso da Novartis, sugli effetti collaterali della ciclosporina, immunosoppressore utilizzato nel trattamento della psoriasi. Insomma, la medicina di genere dovrebbe essere un obiettivo strategico per il sistema sanitario. “Ma siamo ancora in attesa che il Governo dia un seguito alla mozione approvata il 27 marzo scorso alla Camera, con cui si è chiesto di potenziare la medicina di genere, mettendola al centro del piano sanitario nazionale” conclude Franconi.