Nelle primarie si decide con ogni probabilità chi sarà il capo del governo, e quindi un pezzo fondamentale del clima e del quadro politico.

Chi non vuole andare a votare alle primarie del centrosinistra avrà, per carità, svariate e sincere buone  ragioni per astenersi. Ma è difficile sostenere che le primarie non contino, che il loro andamento e risultato siano secondari o scontati.
 
Non è vero che a Monti succederà Monti. Questa accadrà solo se le primarie dovessero fallire come partecipazione, dando via libera a chi nel Pd ha finora resistito alla riforma elettorale proporzionalista. Mi spiego meglio. Tutti i partiti di centro destra e di centro vogliono togliere o ridimensionare il premio di  maggioranza di coalizione – che vige ovunque, dalle circoscrizioni ai comuni alle province alle regioni al parlamento- per evitare che il centrosinistra formato 2013 diventi maggioranza  autosufficiente. E per costringere dunque il Pd a ri-fare un accordo con Udc e ciò che resterà del Pdl, o addirittura tentando l’impresa ardua di mettere assieme Sel e Idv  da una parte e centristi e magari centrodestra dall’altra.  
 
Questa manovra di riforma elettorale sembra  essersi fermata – anche se la sostiene Napolitano – di  fronte all’impetuoso irrompere delle primarie, fissate per il 25 novembre.  Punto primo, dunque:  le primarie sono l’unica alternativa a un Monti bis. (A meno di pensare che il Movimento 5 stelle possa da solo prendere la maggioranza e governare, circostanza finora esclusa da tutti, compresi gli stessi elettori 5 stelle). Se si andrà in tanti, se giustamente non ci si farà intimidire dalla necessità di firmare la Carta d’Intenti,quelle  saranno le elezioni importanti, anche se poi ovviamente si tratterà ad aprile di confermarne il risultato contro il coniglio dal cappello che il centrodestra in rotta magari avrà trovato. E si tratterà col voto di aprile di capire con quali rapporti di forza tra i  partiti dovrà governare Bersani o Renzi o Vendola (ordine alfabetico!).
 
Con che differenze tra i tre?  Mi sembra che il conflitto tra Bersani e Renzi sia accanito perché è un conflitto di potere “sul Pd”, nato apparentemente sugli stessi programmi,  mentre Vendola rappresenta programmi diversi. Dal  pareggio di bilancio ai rapporti coi sindacati, dal lavoro al cemento e alla Tav,  dai matrimoni e adozioni gay, ai soldati in Afganistan, dal reddito minimo garantito alla patrimoniale Vendola rappresenta la differenza.
 
Che poi questa differenza possa essere considerata eccessiva o insufficiente, è un altro discorso. Ma Vendola è differenza rispetto a come governare l’Italia,mentre  tra Bersani e Renzi sembra tutto giocarsi su come governare il Pd e al  massimo su una maggiore o minore propensione a fare un po’ di  attenzione alla Cgil.