Hospice e centri di terapia del dolore aperti in numero insufficiente rispetto alle effettive necessità della popolazione, farmaci oppiacei che continuano a rimanere ancora quasi un tabù, soprattutto per i medici. E poi manca il coordinamento tra medico di famiglia, specialista e strutture sul territorio, lasciando così spesso il paziente da solo e senza una guida. E’ questa la realtà che si trova ad affrontare in Italia una persona che soffre di dolore cronico, anche se da due anni c’è una legge, la 38/2010, che dice chiaramente che ogni cittadino ha diritto ad accedere alle cure palliative e alla terapia del dolore nell’ambito dei livelli essenziali di assistenza. A dirlo non sono solo le associazioni dei malati, ma anche i medici e i dati del ministero della Salute.

L’ultimo caso è quello dell’ospedale Sacco di Milano, il cui ambulatorio di Terapia del Dolore, dalla scorsa primavera, per offrire un servizio migliore con le risorse a disposizione sempre più risicate, ha deciso di concentrare la propria attività sui pazienti già in carico all’ambulatorio (circa 500) e quelli visitati dagli specialisti dell’ospedale Sacco che necessitano anche della cura del dolore, non più dunque agli esterni. Del resto, anche il libro bianco dell’associazione Nopain rileva un calo delle strutture più attrezzate. Anche se è aumentato il numero complessivo dei centri, passati da 158 nel 2009 a 190 nel 2012, di cui 161 pubblici, si tratta per lo più di strutture di primo livello, adatte a curare solo le forme di dolore più lieve, mentre quelle di terzo livello, in grado di trattare tutte le forme di dolore difficile, sono lievemente diminuite. Su scala nazionale risultano 0,78 strutture totali di terapia del dolore per 250 mila residenti rispetto al precedente di 0,66; ma solo 0,21 strutture avanzate di terzo livello per 250mila residenti. E nelle 190 strutture complessive operano 360 medici dedicati, cioè 1,4 ogni 250mila abitanti. Un po’ poco.

Eppure di dolore cronico in Italia ne soffrono in tanti. Le stime parlano del 26% della popolazione italiana, cioè 15 milioni di persone. Secondo i dati dall’International association for the study of pain un italiano su quattro si rivolge al medico a causa del dolore e l’Italia è, dopo la Norvegia, il Paese con la più alta incidenza in Europa. Non c’è solo il dolore oncologico, che colpisce 200mila persone, ma anche mal di schiena e mal di testa, responsabili della metà delle visite dal medico di medicina generale. Il dolore cronico, poi, non sempre viene diagnosticato rapidamente. Come rivela un’indagine dell’Osservatorio nazionale sulla salute della donna a volte possono volerci 56 mesi, e in alcuni casi addirittura 23 anni, dalla comparsa dei sintomi.

Per quanto riguarda le terapie somministrate, i medicinali più prescritti continuano a rimanere i non oppiacei. Secondo la relazione al Parlamento 2012 del ministero della Salute sull’accesso alle cure palliative e terapia del dolore, nel 2011 per gli oppioidi forti si è registrato, rispetto ad altri paesi europei (che comunque hanno livelli medi molto più alti del nostro) un aumento nei consumi, pari a 1,17 euro pro capite. Andamento simile anche per gli oppioidi deboli, dove il valore medio italiano di consumo pro-capite è di 0,78 euro. I farmaci non oppioidi rimangono però i più prescritti, con un valore pro-capite 11,7 volte maggiore rispetto a quello degli oppiacei deboli e 7,8 volte maggiore degli oppiacei forti. E questo perché, secondo Marzio Bevilacqua, direttore della Terapia antalgica dell’Ospedale dell’Angelo di Mestre (Venezia), “c’è un po’ di oppiofobia anche fra i medici di base, e in generale si fa ancora fatica a considerare il dolore come un sintomo importante”.

Tuttavia non manca qualche segnale positivo. Il più importante è che la rilevazione del dolore nella cartella clinica dei pazienti ricoverati in ospedale sta diventando sempre più diffusa (l’attitudine dei medici a misurarlo è passata dal 47,8% al 77,4% secondo uno studio della Federazione dei medici internisti Fadoi). E l’altro è che i cittadini sono più informati sui centri di terapia contro il dolore. La loro conoscenza é salita dal 27,9 per cento al 44 per cento e si evidenzia un maggior coinvolgimento del terapista del dolore nella gestione della sintomatologia, dal 5,8% al 27%. Certo, la strada per avere un’assistenza adeguata e capillare sul territorio è ancora lunga, ma se i cittadini saranno più consapevoli dei loro diritti, potranno anche reclamarli per essere curati nel modo a cui hanno diritto.